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Coerenza.
Recentemente uno stupido, uno di quelli veri, mi ha detto per esperienza che solo gli sciocchi non cambiano opinione.
E’ lo stesso stupido che c’ha messo sei mesi a capire che amare e non amare sono la stessa identica cosa. Che puoi cancellare le persone con la gommapane. Che nella vita si fanno un mucchio di cavolate. Che l’importante è accorgersene in tempo e saperlo ammettere.
Seguire gli stupidi è una cosa da stupidi. Specialmente se dicono, fanno, agiscono esattamente da stupidi.
Valutando e cogitando, mi sono resa conto di non essere stupida come lui. Credo nelle idee irremovibili come rocce, nella musica dei Diaframma e nella permanenza dei sentimenti. Anche quando possono fare male.
E credo che quando ci nasci, maledetta blogger, maledetta blogger rimani.
Volente o nolente.
Qualcuno, che non è uno stupido, la chiamerebbe “coerenza”.
No commentsCòre de ‘sta città
Riassunto delle puntate precedenti.
Trasferta lampo nel mese di Marzo. La nostra eroina, s’imbatte volontariamente in giUovane ameriGGano nato a Pozzuoli. I due scoprono l’aMMore e decidono di non limitarsi all’accoppiamento. In meno di tre mesi, la Capitale, acquista una nuova cittadina di origini pugliesi.
Quando mio fratello decise che i suoi colori calcistici sarebbero stati quelli della Roma, pensai subito al Colosseo, alla Dolce Vita, ai Paparazzi e alla lupa che allattava Romolo e Remo. Ah sì. Anche alle nozze tra la Blasi e il Pupone.
Poi venne mio padre. Con il ritornello da disco rotto.
“a Roma verresti capita professionalmente. Perché a Roma c’è gente in gamba. Fossi nata a Roma sarebbe tutto diverso.”
Oggi, a Roma, ci vivo. Trovandola stranamente meravigliosa. E dico stranamente perché tutti quelli che me ne parlavano, abitandola, avevano sempre qualcosa di cui lamentarsi. Se non erano i mezzi era il traffico, se non era il traffico erano le aree pedonali e il centro storico, se non era il centro storico erano i turisti.
A me, Roma, piace.
Nei suoi tramonti e nelle albe sonnacchiose. Le bombe delle sei non fanno male. Con i gabbiani che-non so come-arrivano finanche a Ponte Lungo. Con le cineserie di Piazza Vittorio Emanuele e quel vestire così libero e disinvolto qualsiasi pezza trovata nell’armadio prima di uscire.
Perché, Roma, mica se ne preoccupa tanto del tuo abbigliamento. L’unico fashion che conta è l’emozione. E il brivido convenzionale della star con le buste della spesa, incontrata appena girato l’angolo.
Qui, a Roma, sono tutti attori. E se non sono attori sono registi o fotografi. Un set continuo di signore al mercato e vecchietti sceneggiatori. Caleidoscopio di storie, Roma. E di voci. E di un dialetto che è lingua universale. Anche per l’arabo fruttarolo e il cingalese delle borse tarocche.
“fàmo mezzo chilo de zucchine?” “dàmme venti sacchi e sémo amici!”
C’è un cuore che batte, nel cuore di Roma. Ed è bello fargli l’elettrocardiogramma un giorno sì e uno pure. Se gira dritto o gira storto. Non è importante.
Quel che conta è saper dire grazie. Come m’insegnarano le suore. Ora non so cosa mi riservi. Quali saranno le sfide e le guerre. O quanto durerà. Comunque sia.
Grazie, Roma.
5 commentsLa Felicità.
Citare Baricco è un po’ snob e banale, lo so. Ma è proprio vero…
accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.
Pensavo la mia vita non avesse più domande. O, tantomeno, risposte abbastanza interessanti per coinvolgermi nelle sue discussioni. Le attese erano inutili, i silenzi abitudine, il quotidiano respiro routine…
Un sacco di panno vuoto sotto l’albero nel giorno di Natale, insomma. Immagine abbastanza desolante, credo.
Poi capitano robe. Ti piomba una stella sulla testa all’improvviso, trascinandosi dietro l’Universo intero. E mille mondi. E mille esistenze. E mille intensissime emozioni. Come se, quasi, mai prima di quel giorno avessi aperto gli occhi per guardare il sole diritto nella sua sfera di fuoco.
E’ strano, sì… tipo morire e rinascere, uh.
Assomiglia parecchio a quelle storie della gente uscita dal coma. Quando raccontano del tunnel, delle voci, del torpore, dell’esserci e non esserci, finché d’un tratto ci sei, e basta, non puoi farci niente. Sai solo che il tuo corpo prende piena consapevolezza del suo essere, e muovi il dito di un piede neanche fosse la prima volta in assoluto. Ogni gusto sulle papille assume sapidità inedite ed ogni fiore sotto le narici profuma di Dio. E il cuore ricomincia a pompare sangue talmente in fretta da non darti il tempo di sentirlo, quel fluido denso e caldo che scorre nelle vene.
E’ strano, sì. E intenso. E così surreale da svilupparsi in una proiezione onirica.
Un Suo sorriso. Una Sua carezza. Un Suo pensiero. Una Sua parola.
Quelli che sperimento, sono i primi trenta giorni della mia nuova vita. Perché la vecchia era bella, ma solo in prestito. Perché questa è mia e mia sola. E si specchia, giorno dopo giorno, nella vita Sua e Sua sola. Come luce rifratta nelle mille sfaccettature di tutti i sogni passati presenti e futuri, rilasciando i colori dell’iride in un semplice e affascinante miracolo quotidiano…
La Felicità.
Nuda. Serena. Splendida. Pura.
2 commentsAmore e Alchimia
L’alchimia parte dal presupposto che non esiste contraddizione tra “natura fisica” e “natura immateriale”. Perchè la prevalenza di uno dei due aspetti è solo apparente, dipende dai limiti dell’osservatore, che in alcuni casi li ha superati ricorrendo a strumentazioni scientifiche.
Con queste parole, inizio a scrivere un post che parla d’amore.
Molto spesso, descrivendolo, l’Amore, ci troviamo a parlare di “alchimia”. Alchimia di corpi, di cuori, di sensazioni. Se riscoprissimo l’Alchimia, quella dell’Ermete tre volte grande, magari, capire ogni singola emozione risulterebbe più semplice.
Secondo Paracelso, l’Alchimia, è quella cosa che serve a separare il vero dal falso. Cosa avrebbe a che fare con l’Amore, così instabile e incerto?
L’alchimia, oltre ad essere una disciplina fisica e chimica, implicava un’esperienza di crescita ed un processo di liberazione e di salvezza dell’artefice dell’esperimento. In quest’ottica la scienza alchemica veniva sacralizzata e ricondotta ad un tipo di conoscenza metafisica e filosofica, assumendo connotati mistici e soteriologici, cosicché i processi e i simboli alchemici possiedono sovente un significato interiore relativo allo sviluppo spirituale in connessione con quello prettamente materiale della trasformazione fisica.
Di fatto, parliamo di una scienza. Per quanto improbabile, esatta. Definizione che potremmo benissimo sovrapporre a quella di “amore”. Una delle tantissime declinazioni etimologiche del termine alchimia, vorrebbe proprio il fondere, l’unire, il creare da due o più materie, l’immateriale. Il ragionamento, ci porta a credere che l’Amore sia, a tutti gli effetti, alchimia.
E viceversa.
Di recente, anche io ho sperimentato. Di fretta. Arronzando simboli e formule. Alambiccandomi tra materia e immateria. Provando quel brivido folle da scienziato alla ricerca della Pietra Filosofale, e del relativo segreto.
Giocare al piccolo alchimista presenta molteplici aspetti da studiare e approfondire.
Il primo è, certamente, la curiosità nella scoperta del cammino iniziatico. Quel percorso mentale apparentemente finalizzato al raggiungimento di una persona o di uno scopo ma, in verità, mirato all’esperienza da testare sul campo.
Il secondo è tangibile, materico, direttamente connesso al primo. Indubbiamente piacevole. Ludicamente indirizzato all’unione di corpi e fluidi ed elementi.
Il terzo è nebuloso. A tratti inutile e dispendioso per tempo e fatica. Parliamo del fine ultimo e, quindi, dell’utopica creazione di una sostanza giusta e perfetta che realizzi le fantasie del genio umano.
L’alchimia, come l’amore, è arte della trasformazione, quella radicale, che richiede una morte ed una rinascita, una sottrazione alla natura umana per recuperare quella divina che spetta all’uomo per diritto di nascita, per essere fatto a somiglianza di Dio.
L’alchimia, come l’amore, è un ritorno a casa da un penoso esilio, all’unità da una condizione di frammentazione. Occorre rimanere con il cuore aperto per permettere al crogiolo alchemico di svolgere il suo compito sottoponendo al fuoco della purificazione di modificare la coscienza e con essa l’intero essere umano.
Innamorarsi. Gioirne. Soffrirne. Provarne forti coinvolgimenti e schiudersi anche nel pianto liberatorio di chi non raggiunge il proprio scopo, è il gioco/giogo perverso di noi romantici alchimisti. L’atto di Fede che ci spinge a non abbandonare mai la ricerca e il cammino.
È pertanto l’alchimia una casta meretrice, che ha molti amanti, ma tutti delude e a nessuno concede il suo amplesso. Trasforma gli stolti in mentecatti, i ricchi in miserabili, i filosofi in allocchi, e gli ingannati in loquacissimi ingannatori…
…così come ci tramandò Tritemio.
Un santo Graal, aggiungerei, che non sottrae ma illumina, nei giorni spesi a sperimentare, scoprire, vivere.
Chi ama vive. Chi vive amando, dunque, racchiude in sé il segreto dell’immortalità e dell’onniscenza divina. Cancellarne le tracce, bruciare le torri dei testi proibiti, non diffonderne il Verbo, sarebbe sempre e comunque un delitto imperdonabile.
Meditate. Gente.
Dedico quanto scritto ad una Musa ispiratrice.
Che prima di incarnare il mio ideale di Amore è stato (e sarà imperituro),
l’Uomo di cui mi fido.
No commentsDa grande
Ah! Gli amici. Che grande invenzione.
Quasi come le chiacchierate in macchina. Quelle che sei nel traffico e, in qualche modo, il tempo, devi pure farlo passare. Si parlava con Giuseppe del cosa fare “da grandi”. Di “identità” più o meno segrete. Degli eventi che ti cambiano e che fanno cambiare direzione a un mucchio di cose. Di occasioni perse e afferrate. E robe così.
Insomma. Per farla breve.
La morale è che io, cosa voglio fare “da grande”, ancora non l’ho capito. Vedo un sacco di gente sul genere “l’importante è esserne convinti”. Mentre, a me, sinceramente, non convincono per niente.
E’ davvero così importante “esserne convinti” o convincere gli altri? Giornalisti convinti di fare informazione. Opinionisti convinti di fare opinione. Show-girls convinte di fare intrattenimento. Attori convinti di saper recitare. Politici convinti di poter fare il Paese. Scrittrici convinte di saper scrivere.
Convincere: ridurre alcuno con prove inconcusse ad ammettere o riconoscere chicchessia.
C’è stato un tempo in cui, da grande, volevo solo essere famosa. Firmare autografi. Finire sui rotocalchi. Oggi, per dirla con una canzone, l’impresa eccezionale è essere normale. E tanto mi basterebbe.
Senza il brusio antipatico e confuso della marmaglia che alza le palette per decretare quanto ci sono e quanto ci faccio.
Adeguata nelle situazioni pubbliche. Gradevole in quelle private.
E ho ripensato a Gobbolino, il gatto della strega. E a quanto dura sia la strada che separa un micio nero, bravo a far stelline dalle vibrisse, dal focolare domestico.
Allora ho deciso.
Da grande, farò il gatto di casa.
Non provate a fermarmi.
7 commentsSolo allora.
Venne il giorno.
In cui compresi che i miei spazi sono miei. E basta.
Che nessuna ingombrante presenza avrebbe più sfondato con l’ariete le porte del mio castello.
Un giorno in cui qualsiasi dolore sarebbe stato più che sopportabile. Fredda come l’iceberg che affondò il Titanic. Violenta come le bombe su Hiroshima e Nagasaki.
Fu allora. Solo allora.
Che riconquistai il sorriso.
Per me. E per me sola.
P.S.: quel giorno non è ancora giunto. Ma arriverà. Ne sono certa.
2 commentsOra di pranzo
E’ domenica. La prima. Dopo anni e anni. Esattamente trentatré.
Trentatré anni in cui, bene o male, stando tutti nella stessa casa si condivideva anche lo stesso tavolo. Oggi no.
Perché, sì, ci sei. Ma non è il caso. Perché, sì, ci sono, potrei pure lavorare meno. Ma no, non è il caso.
E quel momento, che così tanto odiavo da bambina, adesso mi è indispensabile. Quando il pranzo doveva esser fatto per giocare nei prati, e vedere i cartoni, o preparare biscotti e disegnare storie di fate, e non per sedersi con la famiglia, alla stessa ora, con le stesse facce, e le stesse noiosissime regole da seguire. Non si urla. Non si mangia con le mani. Non ci si alza. Non si sbuffa. Non si fanno i capricci.
Forse io sono solo diventata un po’ più grande. E tu lo sai che, per quanto sia la tua bambina sempre, per quanto io possa esserci, minuto dopo minuto, alla fine, sempre, dovrò abituarmi anche a questo. Prima o poi.
E in quel momento mi mancherà, come mi manca oggi.
5 commentsLa verità…
…è che, mentre ci provo a costruirmi giorno dopo giorno, sviluppo un cinismo che non appartiene alla mia mappa genetica. Oggi ragionavamo con Bro (mio fratello), di quanto qualche terribile anatema si sia probabilmente abbattuta sulla nostra famiglia. Più colpi di scena che a casa Forrester. Più sfighe che ne i Malavoglia. Così non si può, davvero.
Dopo l’ostacolo di mamma, l’anno scorso, brillantemente superato (seppure con i suoi strascichi), adesso mio padre è semi-immobilizzato da un tumore del midollo. Entra ed esce dagli ospedali. La notte ci propone agghiaccianti scene da esorcismo e, di giorno, è un continuo urlare, e piangere, e soffrire. E l’aspetto più duro non è tanto la stanchezza, o dover continuare a lavorare per mettere insieme quel mio mezzo stipendio alla fine del mese. L’aspetto più duro è il dolore, vederlo contorcersi nella totale impotenza. Stare lì, ferma, quando anche la morfina non è più efficace. Quando mi chiede di porre fine al martirio.
E giunge l’alba, e un nuovo giorno. E ti chiedi se sia vita, questa.
Io, che di potere, sulla vita e sulla morte non ne ho, resto immobile a guardare. Come davanti al telegiornale quando ti parlano dei morti sotto le macerie dell’Aquila o dei bambini saltati a pezzi sul sadico gioco della campana con le mine antiuomo. Ci si imbambola nel tragico siparietto dell’esistenza e delle sue miserie. Sono un piccolo punto inutile nel romanzo del mondo.
Poi arriva il cinismo. La pelle dura. Il tentativo di continuare nonostante tutto. Passa anche l’incazzatura. Tanto, quella, non ha poteri analgesici e non lo farà dormire meglio. La speranza è una panzana alla quale non credere, non adesso, non quando aggrapparsi ai fili di lana sul bordo del precipizio può voler dire solo allungare il senso di vertigine. Qualche secondo ancora, e pure quelli si romperanno. Trenta secondi, forse anche meno, un salto nel vuoto. E tutto sarà finito.
Restano gli amici, che ci sono pure se non scrivo loro le novità. Perché è imbarazzante sentirsi dire quel “come sta papà?”, quando la risposta che vorresti dare è solo “sta male”, senza raccontare di nuovo tutta la pappardella, frenando lacrime e sconforto, mantenendomi algida come se parlassi di altre persone.
Questa volta, no. Non ce la faccio. Non chiedetemi di appoggiarmi sulle vostre spalle.
Foste anche Atlante. Foste pronti a reggere il destino della Terra.
No. Vi schiaccerei sotto il peso di quanto mi porto dentro.
18 commentsGenova e il cuore
Con quella faccia un po’ cosìquell’espressione un po’ cosìche abbiamo noi prima di andare a Genovache ben sicuri mai non siamoche quel posto dove andiamonon c’inghiotte e non torniamo più.
Sta diventando un vizio. Una condanna. Una tribolazione.
Vado a Genova e ci lascio il cuore.
Poi frugo in borsa, tornata a casa, infilo la chiave nella toppa, passo due giri di serratura. Scatta il meccanismo. Oltrepasso l’uscio. Rifrugo in borsa e, con un punto interrogativo sulla faccia, mi domando dove siano le mie chiavi. Dove sia la mia casa. Quella a Genova. Quella che non c’è (ma esiste), in un futuro non troppo lontano.
E pure così non dovesse essere, bello è sempre, sperarlo.
Genova. Di genovesi mugugnoni a borbottare di altri genovesi. Che son sgarbati-dicono-i genovesi. Ovvio. Mi pare. Passano tre quarti della loro vita a digrignare i denti su come si mugugna o si aggrottino le sopraciglia. A Genova. E mugugnano e digrignano a loro volta, mentre dicono. Una sorta di tic nervoso.
Ma sono belli. E sono bravi. I genovesi. E-dico io-gentili e diretti . Che la schiettezza-aggiungo-è una virtù persa da troppi, oggigiorno. E poi basta far loro un sorriso. E portargliela in palmo di mano, quella signora scosciata e sudaticcia dai colori sgargianti e gli occhi neri di pece, perché se ne innamorino mille, e mille, e mille volte ancora, senza contegno e rispetto. Ricamandole sui seni delle creuze pensieri immorali e impetuosi di passione. Impetuosi, sì, e inarrestabili, come solo il mare (e i marinai).
Vado a Genova e ci lascio il cuore. E storie da raccontare nei vicoli. O al tramonto. O sulle panchine. Insieme ad amori distratti e sconnessi, piantine dell’anima facili da percorrere, sulla carta. Ma solo su quella.
Ci lascio il cuore. E le chiavi di casa. E sogni, e uomini, e amiche, e tramonti, e gioie, e dolori, e musica… e un po’ di me. Sempre. Non potrebbe essere altrimenti. Neanche tra dieci, cento, centomila vite.
P.S.: la mia Genova è anche Mitì. E Marco. E Andrea. E Carlo. E Judas/Lenny. E Marina. E tanti. Tantissimi altri. Troppi per non farmi sentire a casa…
11 commentsE siccome è facile incontrarsi anche in una grande città…
Ci sono persone che si dovrebbero poter cancellare dalla mente.
How happy is the blameless vestal’s lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray’r accepted, and each wish resign’d.
Persone che non si dovrebbero incontrare mai più per il resto della propria vita. Gente orribile, squallida, fintamente amica e terribilmente insopportabile. Di quelli che, gli schiaffi, saprebbero bene come tirarteli dalle mani.
La probabilità statistica di inquadrarne uno, di questi individui, tra un centinaio di poltrone colorate, e che possa rovinare una serata perfetta, tinta di lacca rosso fuoco e vestita di sorrisi aperti e meritati, è altissima.
Io mi sentivo splendida. Ero insolitamente felice e, almeno questa volta, una di queste persone orribili, squallide, fintamente amiche e terribilmente insopportabili, non ha suscitato isterismi o panico o tremori, o voglia di scaricare in una raffica di pugni quell’adrenalina repressa in seno da secoli e che non attende altro di essere liberata.
Non è odio. Non è rancore. E’ una pena profonda.
Non merita spreco di forze ulteriori. Ed io sono stata forte. Come mai, in tutti questi anni.
Nasce l’esigenza di sfuggirsi per non ferirsi di più. Dato che, a farmi del male, sono sempre e solo stata io. Adesso basta. Davvero.
E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città, e tu sai che io potrei purtroppo anzi spero non esser più sola, cerca di evitare tutti i posti che frequento e che conosci anche tu.
Grazie.
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