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Archive for the 'delirio' Category

Da grande

Ah! Gli amici. Che grande invenzione.
Quasi come le chiacchierate in macchina. Quelle che sei nel traffico e, in qualche modo, il tempo, devi pure farlo passare. Si parlava con Giuseppe del cosa fare “da grandi”. Di “identità” più o meno segrete. Degli eventi che ti cambiano e che fanno cambiare direzione a un mucchio di cose. Di occasioni perse e afferrate. E robe così.

Insomma. Per farla breve.

La morale è che io, cosa voglio fare “da grande”, ancora non l’ho capito. Vedo un sacco di gente sul genere “l’importante è esserne convinti”. Mentre, a me, sinceramente, non convincono per niente.

E’ davvero così importante “esserne convinti” o convincere gli altri? Giornalisti convinti di fare informazione. Opinionisti convinti di fare opinione. Show-girls convinte di fare intrattenimento. Attori convinti di saper recitare. Politici convinti di poter fare il Paese. Scrittrici convinte di saper scrivere.

Convincere: ridurre alcuno con prove inconcusse ad ammettere o riconoscere chicchessia.

C’è stato un tempo in cui, da grande, volevo solo essere famosa. Firmare autografi. Finire sui rotocalchi. Oggi, per dirla con una canzone, l’impresa eccezionale è essere normale. E tanto mi basterebbe.

Senza il brusio antipatico e confuso della marmaglia che alza le palette per decretare quanto ci sono e quanto ci faccio.
Adeguata nelle situazioni pubbliche. Gradevole in quelle private.

E ho ripensato a Gobbolino, il gatto della strega. E a quanto dura sia la strada che separa un micio nero, bravo a far stelline dalle vibrisse, dal focolare domestico.

Allora ho deciso.

Da grande, farò il gatto di casa.

Non provate a fermarmi.

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Solo allora.

Venne il giorno.
In cui compresi che i miei spazi sono miei. E basta.
Che nessuna ingombrante presenza avrebbe più sfondato con l’ariete le porte del mio castello.

Un giorno in cui qualsiasi dolore sarebbe stato più che sopportabile. Fredda come l’iceberg che affondò il Titanic. Violenta come le bombe su Hiroshima e Nagasaki.
Fu allora. Solo allora.

Che riconquistai il sorriso.
Per me. E per me sola.

P.S.: quel giorno non è ancora giunto. Ma arriverà. Ne sono certa.

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Damn’t!

Wordpress su Nokia non ci voleva proprio.
Stai a vedere che (davvero) rischio di non avere più scuse per trascurare il mio blog.
Preparatevi psicologicamente.
Potrei anche postarvi interi romanzi, nau.

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Giuro. E’ l’ultimo così. Davvero.

Anche la Blogfest è andata.

Chissà perché ragiono sempre sugli eventi come se fossero una sorta di Capodanno Cinese. Ogni santissima volta.

Invece anche a Riva sono riuscita a “non vivermela” come avrei voluto. Ho rivisto facce, riabbracciato corpi. Stretto mani per la prima volta. Collezionato uno spropositato numero di nomi legato ad altrettante fisionomie assolutamente sconosciute.

Gli amici, certo. Penso a San Beggi da Genova (non so ancora se-e per quanto-mi rivolgerà la parola dopo essermi manifestata intrattabile e ombrosa per tutto il tempo). Penso a Santa Veronica (con la quale era troppobelloroppogiustotroppoperfetto filasse tuttotroppo fino alla fine). Penso a San Marco e a Santa Mitì (i miei “angeli a terra”, le anime pie cui vanno ripetutamente i cocci da raccogliere quando sono a pezzi). Ah. Che mondo sarebbe, senza. Perbacco.

E penso al mio modo di metabolizzarla, la Vita.

A quei sorrisi che riuscivano  tanto bene quando le giornate ruzzolavano verso il basso. Sembrava così normale e naturale guardare con occhio languido al futuro-neanche fossimo in Via col Vento-sospirando che “domani è un altro giorno”. Adesso-beh- insomma.

Certo. Se sono a terra affogo nella camomilla-e non nel doppio malto schiantato sul ghiaccio-i miei problemi. Ed è roba. Roba grande. Ma tirar su gli angoli della bocca è ancora una grande missione impossibile.

E me la sono fatta tutta così. La Blogfest. Con una costola spappolata, l’alternarsi di ahi-ohi-ah-ahiahi-ohio-uh a degli yawn megalitici. Come se-d’un botto-ogni cosa mi annoiasse terribilmente. Come se-d’un tratto-passasse davanti ai miei occhi un film polacco degli anni ’40.  Sottotitolato in arabo. E quel noiosissimo film avesse me e solo me come protagonista assoluta. Senza comparse o variabili, senza location o colpi di scena. Cheduepalle.

Una monoinquadratura monoespressiva monocorde. No. Non si può.

Allora oggi sono andata in centro a far compere.  Pare che alle donne faccia tanto bene, signoramia. Eh. E poi l’estetista. E poi il parrucchiere. E poi niente.

Mi sono ritrovata nel lettone con mia Mamma che diosolosa chi gliela passa tutta questa voglia di continuare a far tutto-nonostante-tutto.

Eravamo io, Lei, Palanhiuk sul comodino e un volpino bianco sul tappeto indiano. E mi sono sentita Principe di B 612. Con il mio piccolo pianeta, le mie minuscole certezze, le assurde convinzioni, un cinismo sognatore e tanta curiosa ingenuità tra le dita.

Sono più grande e sono più forte-pensavo-riuscirò a fare tutto. Senza un padre, senza l’amore, senza l’aiuto di nessuno.

E mi sono così convinta d’essere una roccia, da finire per comportarmi come se-davvero-lo fossi diventata. Più dura. Più fredda. Più razionale.

E-da brava roccia-lascio che il Mondo mi passi ciclicamente davanti come cavallucci da giostrina al parco. Dice che si soffre uguale, quando smette di girare.

Ma sempre meno che quando ci stai sopra e spengono le luci.

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Blogfest

Tra pochissimo parteciperò alla Blogfest di Riva.

La mia presenza, come blogger, tenendo conto di quel che scrivo e di quanto scrivo sarebbe teoricamente inutile.

Parto perché “ci sta tanto bisogno signora mia”. Perché voglio rivedere i miei amici sparsi per l’Italia. E gli sguardi gongolanti di chi-per la prima volta-si affaccia, neanche fosse Pinocchio, sul Paese dei Balocchi. Parto per ricominciare a vivere. Un po’ come quando intraprendi quei viaggi alla ricerca di  te stesso.

Gere ha risolto con il Tibet, a me tocca il Lago di Garda.

Sento tasselli del puzzle mancanti un po’ ovunque. Necessito di ossigenarmi il cuore (aria, non tinta per i capelli). Queste mura, casa, famiglia, mi fanno pensare al pater che non c’è più. Fuori dall’uscio non butta meglio. E se non stacco la spina rischio grosso. Il mio già precario equilibrio psicofisico grida vendetta, con voce cavernosa e inquietanti minacce.

E niente. Tra poche ore parto. Senza sapere quale me stessa troverò, al mio ritorno.

Spero solo sia più forte di quella che sto lasciando.

Un fazzoletto bianco in valigia, da sventolare alla Vita. Mi arrendo. Hai vinto.

Adesso basta, però. Davvero. Varcato il gate, finisce la partita.

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Ora di pranzo

E’ domenica. La prima. Dopo anni e anni. Esattamente trentatré.

Trentatré anni in cui, bene o male, stando tutti nella stessa casa si condivideva anche lo stesso tavolo. Oggi no.

Perché, sì, ci sei. Ma non è il caso. Perché, sì, ci sono, potrei pure lavorare meno. Ma no, non è il caso.

E quel momento, che così tanto odiavo da bambina, adesso mi è indispensabile. Quando il pranzo doveva esser fatto per giocare nei prati, e vedere i cartoni, o preparare biscotti e disegnare storie di fate, e non per sedersi con la famiglia, alla stessa ora, con le stesse facce, e le stesse noiosissime regole da seguire. Non si urla. Non si mangia con le mani. Non ci si alza. Non si sbuffa. Non si fanno i capricci.

Forse io sono solo diventata un po’ più grande. E tu lo sai che, per quanto sia la tua bambina sempre, per quanto io possa esserci, minuto dopo minuto, alla fine, sempre, dovrò abituarmi anche a questo. Prima o poi.

E in quel momento mi mancherà, come mi manca oggi.

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La scoperta dell’acqua calda

Certe folgorazioni prendono solo se la caldaia ti si rompe, lasciandoti sotto uno scroscio tibetano di acqua ghiacciatissima ogni mattina.

In pratica avrei scoperto che-genio assoluto-a dire “io saprei farlo meglio”, osservando qualcuno nelle sue funzioni, siamo bravi tutti. Meno immediata è la conferma di quanto-all’atto pratico-no, in fondo, non sia propriamente così.

Un mestiere (ad esempio. Ma anche uno sport, un qualsiasi hobby, anche il più stupido)si impara con l’applicazione, con la buona volontà, l’umiltà assoluta e una massiccia dote di tempo ed esercizio.

Se la mia caldaia fosse intelligente la metà di me, sicuramente, non dovrei continuare a fare la doccia fredda ogni giorno.

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Sogni di sangue

Questa notte ho fatto un terribile incubo.

C’erano due bagni con le porte in legno, alla fine di un lunghissimo corridoio. Le porte basculanti recavano i simbili di uomo  e donna. Il lungo corridoio portava ad un giardino dalle alte mura di cinta. E vedevo amici e parenti, oltre a perfetti sconosciuti, passeggiare tra corridoio e aiuole.

D’un tratto il sole si oscurava, le farfalle si schiantavano al suolo, sulla pavimentazione fatta di lapidi. E amici, e parenti, e sconosciuti, tutti, diventavano morti viventi. Ed io ci provavo ad evitare di ucciderli, nel buio, senza riuscirci. Dovevo penetrarli con spranghe, e assi di legno divelte dalle panchine. O strapparmi lembi dell’abito per soffocarli. O recidere le loro teste con una motosega.

Il senso di colpa era più doloroso di qualsiasi altra cosa.

Qualcuno era più veloce, più scaltro. Affondava i suoi denti nella mia carne o mi tratteneva bruciandomi la pelle con le dita bluastre.

Potevo sentirne l’odore fin dentro i polmoni.

Tutta la macabra giostra si disinnescava al do di un flauto dolce. Rapido, indolore. E tornava ogni cosa al suo posto, ogni persona passeggiava e rideva serena. Io perdevo copioso sangue, ma nessuno sembrava rendersene conto.

Percorrendo il lungo corridoio, schivavo atterrita i corpi, sul selciato. Gli stivali intrisi di rosso emettevano un rumore molliccio. Giungevo alla porta della toilette per le donne. Appoggiavo il palmo per spingerla. Avevo bisogno di uno specchio, e di acqua corrente, per lavarmi di dosso il sangue.

Di nuovo quel flauto. Una frazione di secondo. E di nuovo, ancora, più numerosi, i non-morti. Spingevano, spolpavano, affamati e ciechi nelle meccaniche azioni sul mio corpo.

Poi il risveglio. Nel sudore freddo.

E il respiro, se ci ripenso, ancora mi manca.

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C’era una volta, la Blogosfera

Un po’ di cose procedono. Un po’ di cose si evolvono. Altre involvono. Altre cosìcosì.

Neanche il tempo di scrivere del ViadelCamp, che già ho pensato bene di infrattarmi al VesuvioCamp con GGDCampania annessa e, più che altro, connessa.

I link ce li metto n’artra vorta. Che stasera sono a tocchettini come un pollo alla cantonese con gamberi.

Prima o poi ne parlerò, ne scriverò, ci rifletterò su. Narrando le gesta di chi fece la Storia.

Per dire, Omero mica scrisse Iliade e Odissea in tempo reale.

Eppure è tutta roba di cui ancora sono pieni i programmi scolastici.

Un giorno, sicuramente, anche noi saremo il passato, la leggenda, il mito. E, qualcuno, si domanderà se, davvero, questi bloggers siano mai esistiti. Se, davvero, si riunissero dopo ore in treno, macchina, aereo, attraversando lo stivale, per parlare di internet. Se, davvero, questi legami fossero così forti, così belli, così importanti.

E se, davvero, ne valesse la pena di operare la massima libertà di espressione.

In tutti i luoghi, in tutti i laghi.

In tutti i modi.

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Step by step (uh-uh baby)

Basta poco per far provare ad un uomo brividoterroreraccapriccio.

Puoi raccontargli una dozzina di volte quanto desideri provare le gioie della maternità.

Puoi snocciolargli del tuo sogno in abito bianco all’altare, e  del quartetto d’archi, e  della coreografia di Dirty Dancing da imparare per il ballo in sala.

Puoi dirgli che credi agli alieni, ai cerchi nel grano ed alle profezie dei Maya. Puoi spiegargli come funziona una MoonCup nel bel mezzo di una cena romantica.

Niente.

Lui ti risponderà, che no. Che puoi fare qualsiasi cosa, raccontare qualsiasi palla. Ma si. Riuscirà ad essere sempre più odioso di te. Più nevrotico di te. Più esaurito di te. Più insopportabile di te.

-Ti adoro. Sei odioso, ma ti adoro.

-Ecco, vedi? E’ già uno step.  Un crescendo. Fino a ieri era solo “ti adoro”, oggi quell’odioso è un notevole passo avanti!

-Dici?

-Massì, certo! Domani sarà un “ti odio” pieno!

-Mannò, guarda. Non hai capito niente. Dopo “sei odioso, ma ti adoro”, lo step successivo è sempre e solo “ti amo”. Per cui vedi di non passare il limite…

-Sei minacciosa, ma non mi farò intimidire!

-Ahbravo. Così mi piaci. Massiccio e incazzato!

Penso di aver assistito, con questa conversazione, ad uno degli scambi più civili e coerenti tra uomo e donna dal giorno successivo alla creazione di Eva nel Paradiso Terrestre.

Ed è roba forte. Credetemi.

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