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Archive for the 'delirio' Category

Ora di pranzo

E’ domenica. La prima. Dopo anni e anni. Esattamente trentatré.

Trentatré anni in cui, bene o male, stando tutti nella stessa casa si condivideva anche lo stesso tavolo. Oggi no.

Perché, sì, ci sei. Ma non è il caso. Perché, sì, ci sono, potrei pure lavorare meno. Ma no, non è il caso.

E quel momento, che così tanto odiavo da bambina, adesso mi è indispensabile. Quando il pranzo doveva esser fatto per giocare nei prati, e vedere i cartoni, o preparare biscotti e disegnare storie di fate, e non per sedersi con la famiglia, alla stessa ora, con le stesse facce, e le stesse noiosissime regole da seguire. Non si urla. Non si mangia con le mani. Non ci si alza. Non si sbuffa. Non si fanno i capricci.

Forse io sono solo diventata un po’ più grande. E tu lo sai che, per quanto sia la tua bambina sempre, per quanto io possa esserci, minuto dopo minuto, alla fine, sempre, dovrò abituarmi anche a questo. Prima o poi.

E in quel momento mi mancherà, come mi manca oggi.

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La scoperta dell’acqua calda

Certe folgorazioni prendono solo se la caldaia ti si rompe, lasciandoti sotto uno scroscio tibetano di acqua ghiacciatissima ogni mattina.

In pratica avrei scoperto che-genio assoluto-a dire “io saprei farlo meglio”, osservando qualcuno nelle sue funzioni, siamo bravi tutti. Meno immediata è la conferma di quanto-all’atto pratico-no, in fondo, non sia propriamente così.

Un mestiere (ad esempio. Ma anche uno sport, un qualsiasi hobby, anche il più stupido)si impara con l’applicazione, con la buona volontà, l’umiltà assoluta e una massiccia dote di tempo ed esercizio.

Se la mia caldaia fosse intelligente la metà di me, sicuramente, non dovrei continuare a fare la doccia fredda ogni giorno.

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Sogni di sangue

Questa notte ho fatto un terribile incubo.

C’erano due bagni con le porte in legno, alla fine di un lunghissimo corridoio. Le porte basculanti recavano i simbili di uomo  e donna. Il lungo corridoio portava ad un giardino dalle alte mura di cinta. E vedevo amici e parenti, oltre a perfetti sconosciuti, passeggiare tra corridoio e aiuole.

D’un tratto il sole si oscurava, le farfalle si schiantavano al suolo, sulla pavimentazione fatta di lapidi. E amici, e parenti, e sconosciuti, tutti, diventavano morti viventi. Ed io ci provavo ad evitare di ucciderli, nel buio, senza riuscirci. Dovevo penetrarli con spranghe, e assi di legno divelte dalle panchine. O strapparmi lembi dell’abito per soffocarli. O recidere le loro teste con una motosega.

Il senso di colpa era più doloroso di qualsiasi altra cosa.

Qualcuno era più veloce, più scaltro. Affondava i suoi denti nella mia carne o mi tratteneva bruciandomi la pelle con le dita bluastre.

Potevo sentirne l’odore fin dentro i polmoni.

Tutta la macabra giostra si disinnescava al do di un flauto dolce. Rapido, indolore. E tornava ogni cosa al suo posto, ogni persona passeggiava e rideva serena. Io perdevo copioso sangue, ma nessuno sembrava rendersene conto.

Percorrendo il lungo corridoio, schivavo atterrita i corpi, sul selciato. Gli stivali intrisi di rosso emettevano un rumore molliccio. Giungevo alla porta della toilette per le donne. Appoggiavo il palmo per spingerla. Avevo bisogno di uno specchio, e di acqua corrente, per lavarmi di dosso il sangue.

Di nuovo quel flauto. Una frazione di secondo. E di nuovo, ancora, più numerosi, i non-morti. Spingevano, spolpavano, affamati e ciechi nelle meccaniche azioni sul mio corpo.

Poi il risveglio. Nel sudore freddo.

E il respiro, se ci ripenso, ancora mi manca.

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C’era una volta, la Blogosfera

Un po’ di cose procedono. Un po’ di cose si evolvono. Altre involvono. Altre cosìcosì.

Neanche il tempo di scrivere del ViadelCamp, che già ho pensato bene di infrattarmi al VesuvioCamp con GGDCampania annessa e, più che altro, connessa.

I link ce li metto n’artra vorta. Che stasera sono a tocchettini come un pollo alla cantonese con gamberi.

Prima o poi ne parlerò, ne scriverò, ci rifletterò su. Narrando le gesta di chi fece la Storia.

Per dire, Omero mica scrisse Iliade e Odissea in tempo reale.

Eppure è tutta roba di cui ancora sono pieni i programmi scolastici.

Un giorno, sicuramente, anche noi saremo il passato, la leggenda, il mito. E, qualcuno, si domanderà se, davvero, questi bloggers siano mai esistiti. Se, davvero, si riunissero dopo ore in treno, macchina, aereo, attraversando lo stivale, per parlare di internet. Se, davvero, questi legami fossero così forti, così belli, così importanti.

E se, davvero, ne valesse la pena di operare la massima libertà di espressione.

In tutti i luoghi, in tutti i laghi.

In tutti i modi.

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Step by step (uh-uh baby)

Basta poco per far provare ad un uomo brividoterroreraccapriccio.

Puoi raccontargli una dozzina di volte quanto desideri provare le gioie della maternità.

Puoi snocciolargli del tuo sogno in abito bianco all’altare, e  del quartetto d’archi, e  della coreografia di Dirty Dancing da imparare per il ballo in sala.

Puoi dirgli che credi agli alieni, ai cerchi nel grano ed alle profezie dei Maya. Puoi spiegargli come funziona una MoonCup nel bel mezzo di una cena romantica.

Niente.

Lui ti risponderà, che no. Che puoi fare qualsiasi cosa, raccontare qualsiasi palla. Ma si. Riuscirà ad essere sempre più odioso di te. Più nevrotico di te. Più esaurito di te. Più insopportabile di te.

-Ti adoro. Sei odioso, ma ti adoro.

-Ecco, vedi? E’ già uno step.  Un crescendo. Fino a ieri era solo “ti adoro”, oggi quell’odioso è un notevole passo avanti!

-Dici?

-Massì, certo! Domani sarà un “ti odio” pieno!

-Mannò, guarda. Non hai capito niente. Dopo “sei odioso, ma ti adoro”, lo step successivo è sempre e solo “ti amo”. Per cui vedi di non passare il limite…

-Sei minacciosa, ma non mi farò intimidire!

-Ahbravo. Così mi piaci. Massiccio e incazzato!

Penso di aver assistito, con questa conversazione, ad uno degli scambi più civili e coerenti tra uomo e donna dal giorno successivo alla creazione di Eva nel Paradiso Terrestre.

Ed è roba forte. Credetemi.

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Una Buona Pasqua

Che già diversi natali, me li sono abbondantemente bruciati.

Che, siamo sinceri, i primi dell’anno non sono di certo girati meglio.

Che, forse, anche le altre festività, già avevano fatto abbastanza schifo.

Con la Santa Pasqua, faccio tombola. Da Tricase, con furore. In un tre stelle periferico,  a duecentometri dall’ospedale e a cinquanta passi dal tabacchino.

Attenzione, non me ne lamento. Il verde del camice sterile mi dona e quella mascherina sul viso mette in risalto gli occhi da orientale.  E l’eremitaggio forzato, in fondo in fondo, aiuta anche a non pensare al resto. Tutto quel resto che, per comodità, chiamerò “l’inutile accessorio”.

Tra sfighe, sfighette, sfigati e sfigaTTi, solo per dire Buona Pasqua. Che sarei vagamente se-mi-scredente, ma con la convizione che non puoi mai dire  ” è finita davvero”, finché hai ancora almeno un uovo di cioccolata da scartare.

Fra tante sorprese del ciufolo, prima o poi, un qualcosa di decente, pure per probabilità statistica, dovrà arrivare.

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Per niente.

Scrivo più di quel che dovrei. Di default cose sbagliate, inutili. Successioni di parole a casaccio, messe insieme per puro senso estetico, elette per fonetica, gradevoli e contorte come certa arte moderna nelle gallerie che fanno-tanto-elite.

E’ un po’ come vomitare. Fa giusto meno schifo.

Prendi un dito, e te lo schiaffi in gola quando senti di non riuscire più a trattenere solidi e liquidi. Dopo la liberazione senti solo il grande dolore dei muscoli addominali. Ma è già più sopportabile dell’inferno che spingeva dall’interno con fuoco e fiamme, e pungoli, e chiodi, e calci, e pugni.

I posti dove consumo il rito dei pensieri bulimici sono tanti. Mi apparto con la netta convinzione non mi stia vedendo nessuno. Appoggiata con le mani sui muri ad angolo retto, i capelli che scendono sulla bocca, gli occhi in fuori di una rana uccisa per strangolamento.

Finché non soggiunge la vergogna. Una lettera scarlatta impossibile da lasciar passare sotto l’indifferente metal-detector del Mondo. Si accendono le luci, una sirena suona. E mi vergogno. Come una ladra. Sento mani fruganti, nelle tasche, sotto i vestiti, giù per la borsa. Cercano nonsocosa.

Madida di sudore mi risveglio. Schiudo le palpebre, mi racconto due favole sui sogni, sugli incubi, e su quanto sia bella la luce del giorno. Ma è ancora notte. Ci sta tutto. Nelle balle. Anche questo.

L’immaginazione può fare brutti scherzi. L’addome no. Quello è un tipo che non ama giocare. Ed è reale il l’algìa che mi accompagna nel quotidiano. E’ reale la vergogna. E’ reale, questa paura di continuare a metter nero-su-bianco le idee, inseguendo la leggenda che sia catartico, che faccia bene, che poi-tanto-si sta meglio.

Non è vero niente. Non si sta meglio per niente.

Sono appoggiata al muro, di nuovo, adesso. E no. Non sto bene per niente.

Per niente.

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Sette. Giorni.

Sette giorni passano in fretta. Quasi come sette anni.
I miei primi sette giorni da sola. O meglio. Ce ne sono stati altri. Mai intensi come questi, però.
Sette giorni di transizione. In cui ho cucinato, scritto, lavorato. Visto la tv. Frequentato feste alcoliche. Lavato i capelli e sognato letti disfatti.

Se c’è una parte di me che si dedica più al futuro che al presente, l’altra conta i granelli di sabbia nella clessidra , sperando che passi al più presto. Portandosi via nella valigia di cartone dubbi, paure, incertezze, brividi fasulli e corpi estranei inutili.

C’è Bridget che mangia cioccolata e, in pigiamone, misura con i passi la lunghezza del corridoio. C’è Carrie che indossa tacchi altissimi, si atteggia da vincente e, sfoderando sorrisi da copertina, affronta ogni alba con la certezza sarà un giorno migliore.

Valuto. Pondero. Rifletto.

Magari, come Dylan Dog, farò finta di completare il mio galeone. Mi metterò a dieta e smetterò di fumare. Pulirò casa da cima a fondo e mi sfonderò di aperitivi con le amiche.
E metterò nero su bianco. Tutto. Andandoci pesante di vanga, disseppellendo quella me ironica e irriverente che, volontariamente, avevo murato viva nel dolore di questo momento storico.

Mi sto lentamente svestendo dalle mie abitudini. Fa un po’ freddo quando ti ritrovi nuda sul divano emozionale dell’esistenza.
Oggi sono sette. Domani saranno quattordici. Dopodomani, ventiquattro.

L’unica meta è arrivarci senza rimorsi.

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Altrove

Periodaccio. Drammi e lusinghe si ammucchiano sul divano tanto-quanto la biancheria sporca nella cesta. Vorrei scrivere. DOVREI scrivere. Un po’ per lavoro, un po’ per diletto. E invece mi ritrovo ancora a macinare grano che son le dueqquarantasei del mattino. E se non smetto di fumare al più presto, questo filo di voce che mi resta, scomparirà inghiottito dal Nulla.

Se potessi riassumervi la mia ultima esistenza in poche, essenziali, asettiche righe, lo farei. Se mi andasse, più che altro.

Però domani è un altro giorno. Siamo in pieno climax elettorale. Benché me ne freghi meno che niente. Sinceramente. Però questo vuol dire che i miei servigi sono richiesti. Che la pubblicità è l’anima del commercio. Che se puoi metterci due belle e sinuose corde vocali femminili, perché no. Insomma, si porta il pane a casa. E continuo ad annaspare nel maremagnum del gossip e della comunicazione, scartabellando fonti ed annunciando brani su frequenze digitali e analogiche.

Se potessi riassumervi la mia ultima esistenza in poche, essenziali, asettiche righe, lo farei. Davvero.

Ma, adesso, preferisco affidarmi ai link-che. In fondo, un blog, serve anche a questo. A celebrarsi un po’. Ed io non ci penso due volte.

Mentre lasciavo che questo posto mettesse su le ragnatele, altrove…

Tremavo perché Maurizio Costanzo mi intervistava su Radio1

Ricevevo il battesimo della mia prima GGD, a Bologna

Prestavo la mia Ars Loquendi su RadioBari

Pubblicavo almeno due appuntamenti con Media, su Hera (2012 e Avatar)

Pianificavo la mia trasferta Genovese prossimaventura

Comodamente mi occupavo del blog per la GGD Napoli

Ritrovavo (carramba!) Anthony Star. Uno più folle di me. A tal punto da voler scambiare due chiacchiere a riguardo di quanto faccio sul suo Incuriosando (leggetevillo)

Mi scoprivo esperta in new media per l’evento del secolo. E non è poco.

né stante né streghe

Al quale, ovviamente, siete tutti invitati.

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2010 (Odissea nell’Ospizio)

E’ un po’ una sorta di usanza demodé, questa cosa del post di fine anno. Si dovrebbero scrivere i pro ed i contro su un foglietto, tracciare una riga profonda con il lapis e, dopo il segno di uguale, vedere quanto la vita ti ha tolto, quanto ti ha dato, quanto rimane stabile.

Io, con i conteggi, son sempre stata una frana.

L’unica donna che, alle superiori riuscì, consegnando in bianco un compito di algebra, a tornare a casa con uno zero tondotondo nello zaino. Ci vuole una certa abilità. Ammettiamolo.

Arrotondando le cifre, direi che concludo questo 2009 con:

  • n°1 fidanzato (sempre lo stesso, sempre quello)
  • n°x sogni erotici (sempre diversi, almeno quelli)
  • n° n.p. di lavori svolti e più o meno retribuiti
  • n°0 di quasi-sbronze da collasso
  • n°14 persone cui voglio davvero tanto bene
  • n°2 persone tagliate fuori in piena convinzione
  • n°x di desideri inespressi
  • n°1 cane incontinente
  • n°1 nonna rompiballe
  • n°2 genitori apprensivi

Ci sarebbero altre vari&ventuali. Penso si possa sorvolare, però. L’unica certezza, in una mezzanotte prossima piena di incognite e numeri periodici, rimane la scientifica convinzione che qualcosa è cambiato. Che forse sono più dura, si. Ma anche più fragile.

Che l’età di mettere “la testa a posto”, non è ancora maggiore. Che i numeri non fanno per me.

E che Giacobbo, visto da vicino, è quasi un bell’uomo.

Non sarà molto, ma è pur sempre un punto notevole da cui cominciare.

Buon Anno, bella gente.

P.S.: il titolo non è pertinente. Ma ce l’avevo in testa da due giorni, abbiate pietà.


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