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Archive for luglio, 2010

Ora di pranzo

E’ domenica. La prima. Dopo anni e anni. Esattamente trentatré.

Trentatré anni in cui, bene o male, stando tutti nella stessa casa si condivideva anche lo stesso tavolo. Oggi no.

Perché, sì, ci sei. Ma non è il caso. Perché, sì, ci sono, potrei pure lavorare meno. Ma no, non è il caso.

E quel momento, che così tanto odiavo da bambina, adesso mi è indispensabile. Quando il pranzo doveva esser fatto per giocare nei prati, e vedere i cartoni, o preparare biscotti e disegnare storie di fate, e non per sedersi con la famiglia, alla stessa ora, con le stesse facce, e le stesse noiosissime regole da seguire. Non si urla. Non si mangia con le mani. Non ci si alza. Non si sbuffa. Non si fanno i capricci.

Forse io sono solo diventata un po’ più grande. E tu lo sai che, per quanto sia la tua bambina sempre, per quanto io possa esserci, minuto dopo minuto, alla fine, sempre, dovrò abituarmi anche a questo. Prima o poi.

E in quel momento mi mancherà, come mi manca oggi.

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La verità…

…è che, mentre ci provo a costruirmi giorno dopo giorno, sviluppo un cinismo che non appartiene alla mia mappa genetica. Oggi ragionavamo con Bro (mio fratello), di quanto qualche terribile anatema si sia probabilmente abbattuta sulla nostra famiglia. Più colpi di scena che a casa Forrester. Più sfighe che ne i Malavoglia. Così non si può, davvero.

Dopo l’ostacolo di mamma, l’anno scorso, brillantemente superato (seppure con i suoi strascichi), adesso mio padre è semi-immobilizzato da un tumore del midollo. Entra ed esce dagli ospedali. La notte ci propone agghiaccianti scene da esorcismo e, di giorno, è un continuo urlare, e piangere, e soffrire. E l’aspetto più duro non è tanto la stanchezza, o dover continuare a lavorare per mettere insieme quel mio mezzo stipendio alla fine del mese. L’aspetto più duro è il dolore,  vederlo contorcersi nella totale impotenza. Stare lì, ferma, quando anche la morfina non è più efficace. Quando mi chiede di porre fine al martirio.

E giunge l’alba, e un nuovo giorno. E ti chiedi se sia vita, questa.

Io, che di potere, sulla vita e sulla morte non ne ho, resto immobile a guardare. Come davanti al telegiornale quando ti parlano dei morti  sotto le macerie dell’Aquila o dei bambini saltati a pezzi sul sadico gioco della campana con le mine antiuomo. Ci si imbambola nel tragico siparietto dell’esistenza e delle sue miserie. Sono un piccolo punto inutile nel romanzo del mondo.

Poi arriva il cinismo. La pelle dura. Il tentativo di continuare nonostante tutto. Passa anche l’incazzatura. Tanto, quella, non ha poteri analgesici e non lo farà dormire meglio. La speranza è una panzana alla quale non credere, non adesso, non quando aggrapparsi ai fili di lana sul bordo del precipizio può voler dire solo allungare il senso di vertigine. Qualche secondo ancora, e pure quelli si romperanno. Trenta secondi, forse anche meno, un salto nel vuoto. E tutto sarà finito.

Restano gli amici, che ci sono pure se non scrivo loro le novità. Perché è imbarazzante sentirsi dire quel “come sta papà?”, quando la risposta che vorresti dare è solo “sta male”, senza raccontare di nuovo tutta la pappardella, frenando lacrime e sconforto, mantenendomi algida come se parlassi di altre persone.

Questa volta, no. Non ce la faccio. Non chiedetemi di appoggiarmi sulle vostre spalle.

Foste anche Atlante. Foste pronti a reggere  il destino della Terra.

No. Vi schiaccerei sotto il peso di quanto mi porto dentro.

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Genova e il cuore

Con quella faccia un po’ così
quell’espressione un po’ così
che abbiamo noi prima di andare a Genova
che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c’inghiotte e non torniamo più.

Sta diventando un vizio. Una condanna. Una tribolazione.

Vado a Genova e ci lascio il cuore.

Poi frugo in borsa, tornata a casa, infilo la chiave nella toppa, passo due giri di serratura. Scatta il meccanismo. Oltrepasso l’uscio. Rifrugo in borsa e, con un punto interrogativo sulla faccia, mi domando dove siano le mie chiavi. Dove sia la mia casa. Quella a Genova. Quella che non c’è (ma esiste), in un futuro non troppo lontano.

E pure così non dovesse essere, bello è sempre, sperarlo.

Genova. Di genovesi mugugnoni a borbottare di altri genovesi. Che son sgarbati-dicono-i genovesi. Ovvio. Mi pare. Passano tre quarti della loro vita a digrignare i denti su come si mugugna o si aggrottino le sopraciglia. A Genova. E mugugnano e digrignano a loro volta, mentre dicono. Una sorta di tic nervoso.

Ma sono belli. E sono bravi. I genovesi. E-dico io-gentili e diretti . Che la schiettezza-aggiungo-è una virtù persa da troppi, oggigiorno. E poi basta far loro un sorriso. E portargliela in palmo di mano, quella signora scosciata e sudaticcia dai colori sgargianti e gli occhi neri di pece, perché se ne innamorino mille, e mille, e mille volte ancora, senza contegno e rispetto. Ricamandole sui seni delle creuze pensieri immorali e impetuosi di passione. Impetuosi, , e inarrestabili, come solo il mare (e i marinai).

Vado a Genova e ci lascio il cuore. E storie da raccontare nei vicoli. O al tramonto. O sulle panchine. Insieme ad amori distratti e sconnessi, piantine dell’anima facili da percorrere, sulla carta. Ma solo su quella.

Ci lascio il cuore. E le chiavi di casa. E  sogni, e uomini, e amiche, e tramonti, e gioie, e dolori, e musica… e un po’ di me. Sempre. Non potrebbe essere altrimenti. Neanche tra dieci, cento, centomila vite.

P.S.:  la mia Genova è anche Mitì.  E Marco. E Andrea. E Carlo. E Judas/Lenny. E Marina. E tanti. Tantissimi altri. Troppi per non farmi sentire a casa…

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La scoperta dell’acqua calda

Certe folgorazioni prendono solo se la caldaia ti si rompe, lasciandoti sotto uno scroscio tibetano di acqua ghiacciatissima ogni mattina.

In pratica avrei scoperto che-genio assoluto-a dire “io saprei farlo meglio”, osservando qualcuno nelle sue funzioni, siamo bravi tutti. Meno immediata è la conferma di quanto-all’atto pratico-no, in fondo, non sia propriamente così.

Un mestiere (ad esempio. Ma anche uno sport, un qualsiasi hobby, anche il più stupido)si impara con l’applicazione, con la buona volontà, l’umiltà assoluta e una massiccia dote di tempo ed esercizio.

Se la mia caldaia fosse intelligente la metà di me, sicuramente, non dovrei continuare a fare la doccia fredda ogni giorno.

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E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città…

Ci sono persone che si dovrebbero poter cancellare dalla mente.

How happy is the blameless vestal’s lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray’r accepted, and each wish resign’d.

Persone che non si dovrebbero incontrare mai più per il resto della propria vita. Gente orribile, squallida, fintamente amica e terribilmente insopportabile. Di quelli che, gli schiaffi, saprebbero bene come tirarteli dalle mani.

La probabilità statistica di inquadrarne uno, di questi individui, tra un centinaio di poltrone colorate, e che possa rovinare una serata perfetta, tinta di lacca rosso fuoco e vestita di sorrisi aperti e meritati, è altissima.

Io mi sentivo splendida. Ero insolitamente felice e, almeno questa volta, una di queste persone orribili, squallide, fintamente amiche e terribilmente insopportabili, non ha suscitato isterismi o panico o tremori, o voglia di scaricare in una raffica di pugni quell’adrenalina repressa in seno da secoli e che non attende altro di essere liberata.

Non è odio. Non è rancore. E’ una pena profonda.

Non merita spreco di forze ulteriori. Ed io sono stata forte. Come mai, in tutti questi anni.

Nasce l’esigenza di sfuggirsi per non ferirsi di più. Dato che, a farmi del male, sono sempre e solo stata io. Adesso basta. Davvero.

E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città, e tu sai che io potrei purtroppo anzi spero non esser più sola, cerca di evitare tutti i posti che frequento e che conosci anche tu.

Grazie.

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