Archive for giugno, 2010
Sogni di sangue
Questa notte ho fatto un terribile incubo.
C’erano due bagni con le porte in legno, alla fine di un lunghissimo corridoio. Le porte basculanti recavano i simbili di uomo e donna. Il lungo corridoio portava ad un giardino dalle alte mura di cinta. E vedevo amici e parenti, oltre a perfetti sconosciuti, passeggiare tra corridoio e aiuole.
D’un tratto il sole si oscurava, le farfalle si schiantavano al suolo, sulla pavimentazione fatta di lapidi. E amici, e parenti, e sconosciuti, tutti, diventavano morti viventi. Ed io ci provavo ad evitare di ucciderli, nel buio, senza riuscirci. Dovevo penetrarli con spranghe, e assi di legno divelte dalle panchine. O strapparmi lembi dell’abito per soffocarli. O recidere le loro teste con una motosega.
Il senso di colpa era più doloroso di qualsiasi altra cosa.
Qualcuno era più veloce, più scaltro. Affondava i suoi denti nella mia carne o mi tratteneva bruciandomi la pelle con le dita bluastre.
Potevo sentirne l’odore fin dentro i polmoni.
Tutta la macabra giostra si disinnescava al do di un flauto dolce. Rapido, indolore. E tornava ogni cosa al suo posto, ogni persona passeggiava e rideva serena. Io perdevo copioso sangue, ma nessuno sembrava rendersene conto.
Percorrendo il lungo corridoio, schivavo atterrita i corpi, sul selciato. Gli stivali intrisi di rosso emettevano un rumore molliccio. Giungevo alla porta della toilette per le donne. Appoggiavo il palmo per spingerla. Avevo bisogno di uno specchio, e di acqua corrente, per lavarmi di dosso il sangue.
Di nuovo quel flauto. Una frazione di secondo. E di nuovo, ancora, più numerosi, i non-morti. Spingevano, spolpavano, affamati e ciechi nelle meccaniche azioni sul mio corpo.
Poi il risveglio. Nel sudore freddo.
E il respiro, se ci ripenso, ancora mi manca.
2 commentsWaka Waka, a true story
Non è propriamente nello stile di questo blog (ammesso e non concesso ne abbia mai avuto uno), però mi sembrava giusto scrivere un piccolo fucus on che avesse per protagonista il tanto discusso inno dei Mondiali.
La scelta, diciamolo, è stata una lama a doppio taglio per la giovinetta colombiana. Senza nulla voler sottrarre al successo discografico (che, indubbiamente, sta rappresentando) e alla popolarità del brano (più che duttile nelle declinazioni estive, dal villaggio turistico, ai passaggi radiofonici, alle discoteche).
Per chi non avesse già spulciato Google, vi porto un riassunto delle puntate precedenti.
C’era una volta un pezzo camerunense del 1986, dei Golden Sounds. Il pezzo si chiamava Zamina Mina (Zangalewa, sottotitolo) e vinse addirittura un Disco di Platino. Divenne, oltre che tormentone, anche colonna sonora per le truppe del Camerun. Nel testo sono presenti notevoli riferimenti di sprone al coraggio, ai combattimenti, ai soldati
Sei un buon soldato
scegli le tue battaglie
ti dai da fare,
e ti pulisci dalla polvere
torni in sella
sei in prima linea
tutti guardano
sai che è una cosa seria
ci stiamo avvicinando
non è finita
In pochi lo ricorderanno, ma Jovanotti studiò una simile operazione, adottata in seguito come sigla di apertura del telefilm Classe di Ferro. Sto parlando di ASSO. Forse (e dico forse, bisognerebbe domandarlo a Lorenzo Cherubini), il tormentone ASSO, prendeva spunto dall’aviazione americana e dalla definizione Aces, utilizzata per nominare chi, in battaglia, si era distinto per aver accoppato almeno cinque nemici. O forse, ancora, dal PASSO da parata (poi troncato in ‘ASSO), insieme a CADENZA e RUOTARE (più plausibile). Non è ben chiaro. Nella marcia composta, fu inserita anche la classica “sveglia militare”, tipica dei corpi armati. Nessuno però, all’epoca, si pose il quesito del se e del come Jovanotti avesse plagiato l’Esercito Italiano, o chi per esso.
Certo, non vinse il Disco di Platino. E non divenne neppure una Hit come inno dei Mondiali per il football.
Ma lasciamo la Classe di Ferro, e torniamo al Camerun. Anzi, no. Facciamo un salto nella Repubblica Domenicana, dove spopola un trio di sbarbate cotonate. E’ il 1982, si fanno chiamare Las Chicas del Can, e sono specializzate in cover e rivisitazioni dei classici in stile merengue. Largamente usati e abusati, brani ballabili, ritmati. Alcuni originali, altri no. La Media María, Sukaína, Juana la Cubana, Culeca, Ta’ Pillao, Fuego, Fiebre, and Las Pequeñas Cosas animano le strade e i festival, raggiungono anche programmi televisivi seguitissimi.
Wilfrido Vargas, loro pigmalione e manager, cura arrangiamenti e coerografie per le ragazze su tutti i brani, tra i quali EL NEGRO NO PUEDE, nel 1982, rivisitazione del WakaWaka Camerunense, in un secondo momento (1987) riportata in auge dal cantante spagnolo Georgie Dann, ed esportata in Francia e Germania con un nuovo sound.
In pochi lo hanno detto che, Wilfrido Vergas, non è l’ultimo stupido sulla faccia del globo terrestre. Vincitore di un Grammy Award nel 1991, vanta una carriera storica che lo ha incoronato Re Assoluto del Merengue. In pratica, Vergas sarebbe il Michael Jackson della musica Latino Americana. Nel 1994, apriva il prestigioso Festival del Carnevale di Barranquilla, davanti ad un pubblico di 30.000 persone. Tra la folla, sicuramente, c’era anche la giovane Isabel Mebarak Ripoll, diciassettenne, oggi conosciuta da tutti come la popstar Shakira.
Se domanda 11 milioni di euro Vargas, oggi, alla bionda Shakira per il presunto plagio di WakaWaka, lo fa per una ragione di immagine (oltre che di denaro). Sarà divertente vedere come andrà a finire.
Chi plagia chi? E, soprattutto, secondo quale dinamica?
Qui ci sarebbe da domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Nel senso che il termine WakaWaka, e relativo ritornello cantato, era già nel gergo dei marmittoni da tempo immemore. Dunque, i Golden Sounds, altro non fecero che ritrasporlo in una marcetta orecchiabile al ritmo di classici passi da parata militare africana. Vargas, a sua volta, gli avrebbe dato un’identità più ferma e riconoscibile, cesellandolo e dandogli un packaging dal respiro internazionale, forte anche della sua popolarità come personaggio e stella della musica latino-americana. Tra i due litiganti, il terzo (come sempre) gode e, per quel che immagino, Shakira ne uscirà indenne, così come il suo co-writer e la sua casa discografica Sony. La quale casa discografica, comunque, con gli introiti del pezzo (pure uscendo perdente da eventuali cause giudiziarie), potrà abbondantemente coprire indennizzo, spese legali, danni d’immagine, varie ed eventuali.
Elementare, Watson.
No commentsC’era una volta, la Blogosfera
Un po’ di cose procedono. Un po’ di cose si evolvono. Altre involvono. Altre cosìcosì.
Neanche il tempo di scrivere del ViadelCamp, che già ho pensato bene di infrattarmi al VesuvioCamp con GGDCampania annessa e, più che altro, connessa.
I link ce li metto n’artra vorta. Che stasera sono a tocchettini come un pollo alla cantonese con gamberi.
Prima o poi ne parlerò, ne scriverò, ci rifletterò su. Narrando le gesta di chi fece la Storia.
Per dire, Omero mica scrisse Iliade e Odissea in tempo reale.
Eppure è tutta roba di cui ancora sono pieni i programmi scolastici.
Un giorno, sicuramente, anche noi saremo il passato, la leggenda, il mito. E, qualcuno, si domanderà se, davvero, questi bloggers siano mai esistiti. Se, davvero, si riunissero dopo ore in treno, macchina, aereo, attraversando lo stivale, per parlare di internet. Se, davvero, questi legami fossero così forti, così belli, così importanti.
E se, davvero, ne valesse la pena di operare la massima libertà di espressione.
In tutti i luoghi, in tutti i laghi.
In tutti i modi.
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