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Archive for marzo, 2010

Per niente.

Scrivo più di quel che dovrei. Di default cose sbagliate, inutili. Successioni di parole a casaccio, messe insieme per puro senso estetico, elette per fonetica, gradevoli e contorte come certa arte moderna nelle gallerie che fanno-tanto-elite.

E’ un po’ come vomitare. Fa giusto meno schifo.

Prendi un dito, e te lo schiaffi in gola quando senti di non riuscire più a trattenere solidi e liquidi. Dopo la liberazione senti solo il grande dolore dei muscoli addominali. Ma è già più sopportabile dell’inferno che spingeva dall’interno con fuoco e fiamme, e pungoli, e chiodi, e calci, e pugni.

I posti dove consumo il rito dei pensieri bulimici sono tanti. Mi apparto con la netta convinzione non mi stia vedendo nessuno. Appoggiata con le mani sui muri ad angolo retto, i capelli che scendono sulla bocca, gli occhi in fuori di una rana uccisa per strangolamento.

Finché non soggiunge la vergogna. Una lettera scarlatta impossibile da lasciar passare sotto l’indifferente metal-detector del Mondo. Si accendono le luci, una sirena suona. E mi vergogno. Come una ladra. Sento mani fruganti, nelle tasche, sotto i vestiti, giù per la borsa. Cercano nonsocosa.

Madida di sudore mi risveglio. Schiudo le palpebre, mi racconto due favole sui sogni, sugli incubi, e su quanto sia bella la luce del giorno. Ma è ancora notte. Ci sta tutto. Nelle balle. Anche questo.

L’immaginazione può fare brutti scherzi. L’addome no. Quello è un tipo che non ama giocare. Ed è reale il l’algìa che mi accompagna nel quotidiano. E’ reale la vergogna. E’ reale, questa paura di continuare a metter nero-su-bianco le idee, inseguendo la leggenda che sia catartico, che faccia bene, che poi-tanto-si sta meglio.

Non è vero niente. Non si sta meglio per niente.

Sono appoggiata al muro, di nuovo, adesso. E no. Non sto bene per niente.

Per niente.

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Sette. Giorni.

Sette giorni passano in fretta. Quasi come sette anni.
I miei primi sette giorni da sola. O meglio. Ce ne sono stati altri. Mai intensi come questi, però.
Sette giorni di transizione. In cui ho cucinato, scritto, lavorato. Visto la tv. Frequentato feste alcoliche. Lavato i capelli e sognato letti disfatti.

Se c’è una parte di me che si dedica più al futuro che al presente, l’altra conta i granelli di sabbia nella clessidra , sperando che passi al più presto. Portandosi via nella valigia di cartone dubbi, paure, incertezze, brividi fasulli e corpi estranei inutili.

C’è Bridget che mangia cioccolata e, in pigiamone, misura con i passi la lunghezza del corridoio. C’è Carrie che indossa tacchi altissimi, si atteggia da vincente e, sfoderando sorrisi da copertina, affronta ogni alba con la certezza sarà un giorno migliore.

Valuto. Pondero. Rifletto.

Magari, come Dylan Dog, farò finta di completare il mio galeone. Mi metterò a dieta e smetterò di fumare. Pulirò casa da cima a fondo e mi sfonderò di aperitivi con le amiche.
E metterò nero su bianco. Tutto. Andandoci pesante di vanga, disseppellendo quella me ironica e irriverente che, volontariamente, avevo murato viva nel dolore di questo momento storico.

Mi sto lentamente svestendo dalle mie abitudini. Fa un po’ freddo quando ti ritrovi nuda sul divano emozionale dell’esistenza.
Oggi sono sette. Domani saranno quattordici. Dopodomani, ventiquattro.

L’unica meta è arrivarci senza rimorsi.

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Alone

Qualcuno mi ha detto “scriviglielo”. Fosse facile.
E non ci sono pigiamoni, superalcolici, cioccolata o amici gay che tengano. E non è neanche vero che qualcosa ti si rompa, dentro. Semplicemente si svuota il cassetto, in una frazione di secondo.
L’impressione è quella di aver gettato inavvertitamente nella spazzatura qualcosa di importante.
Poi, alzi gli occhi al cielo e, invece di struggerti dalla disperazione, corri allo specchio sperando di trovarci riflessa ancora la tua immagine, senza Lui accanto.
Poi, ti accorgi che sei ancora lì. E che anche la tua ombra è sempre al suo posto. E che, forse, c’è anche più spazio per capirti, per amarti, per lasciarti andare. Fosse facile, dico, lasciarsi andare. Con la voglia ancora di parlare di sentimenti, di progetti immensi come montagne. Di baci, carezze e responsabilità.

Riavvolgendo il nastro speri di riuscire a sentire, finalmente, la musica del silenzio. Insieme a quella pace che non hai mai trovato.
Ci si sente un po’ più adulti, da soli. Non rimane che chiudere la porta, aprire un portone, e attendere la Sorte.
Nella speranza che qualcosa di unico e di grande accada. Un giorno.

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Altrove

Periodaccio. Drammi e lusinghe si ammucchiano sul divano tanto-quanto la biancheria sporca nella cesta. Vorrei scrivere. DOVREI scrivere. Un po’ per lavoro, un po’ per diletto. E invece mi ritrovo ancora a macinare grano che son le dueqquarantasei del mattino. E se non smetto di fumare al più presto, questo filo di voce che mi resta, scomparirà inghiottito dal Nulla.

Se potessi riassumervi la mia ultima esistenza in poche, essenziali, asettiche righe, lo farei. Se mi andasse, più che altro.

Però domani è un altro giorno. Siamo in pieno climax elettorale. Benché me ne freghi meno che niente. Sinceramente. Però questo vuol dire che i miei servigi sono richiesti. Che la pubblicità è l’anima del commercio. Che se puoi metterci due belle e sinuose corde vocali femminili, perché no. Insomma, si porta il pane a casa. E continuo ad annaspare nel maremagnum del gossip e della comunicazione, scartabellando fonti ed annunciando brani su frequenze digitali e analogiche.

Se potessi riassumervi la mia ultima esistenza in poche, essenziali, asettiche righe, lo farei. Davvero.

Ma, adesso, preferisco affidarmi ai link-che. In fondo, un blog, serve anche a questo. A celebrarsi un po’. Ed io non ci penso due volte.

Mentre lasciavo che questo posto mettesse su le ragnatele, altrove…

Tremavo perché Maurizio Costanzo mi intervistava su Radio1

Ricevevo il battesimo della mia prima GGD, a Bologna

Prestavo la mia Ars Loquendi su RadioBari

Pubblicavo almeno due appuntamenti con Media, su Hera (2012 e Avatar)

Pianificavo la mia trasferta Genovese prossimaventura

Comodamente mi occupavo del blog per la GGD Napoli

Ritrovavo (carramba!) Anthony Star. Uno più folle di me. A tal punto da voler scambiare due chiacchiere a riguardo di quanto faccio sul suo Incuriosando (leggetevillo)

Mi scoprivo esperta in new media per l’evento del secolo. E non è poco.

né stante né streghe

Al quale, ovviamente, siete tutti invitati.

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