Spiccioli di filosofia radiofonica
Chi mi conosce lo sa. Chi non mi conosce imparerà a scoprirlo.
Sono una donna abbastanza fatalista.
I casi sono due: i fatti succedono, i fatti non succedono. Tutto qui. Non ho mai pensato ci fossero di mezzo sfumature di grigio… e di tutte quelle storie sui treni persi, sulle occasioni sfuggite, sull’effetto sliding-doors e via dicendo… no, non voglio neanche sentirne parlare. La Storia, del resto, non si è mai basata sui Se e sui Ma.
Senza scendere in dettagli e lungaggini noiosissime, in una delle mie tante peripezie attraverso quel mondo affascinante e sempre difficile che è la radio, ho incontrato una persona speciale, che mi ha fatto riflettere. Mentre lo affiancavo per carpire i segreti del mestiere, vedendo l’ora tarda e il dinamismo costante che qualificava i suoi movimenti, gli ho domandato se fosse stanco e quanto durasse il suo turno.
La risposta è stata tanto affascinante quanto inattesa: “sono sempre in vacanza, io“. Leggendo perplessità sul mio volto , continuando, ha aggiunto: “noi facciamo un lavoro, che lavoro si dice per definizione comune. Se lo fai con passione, professionalità e serenità, è sempre una vacanza. Fare il muratore sotto il sole, è un lavoro. L’operaio in catena di montaggio, lavora. Ma noi siamo sempre in vacanza. E non per sminuire quanto si faccia al banco suono di una radio, o dietro un microfono. Solo per farti capire che siamo fortunati“.
Ed era sincero. Come sincero mai avevo percepito qualcuno, fino ad oggi.
Nella sfortuna, diciamolo, anche io posso ritenermi fortunata. Certo, non so ancora precisamente se, alla fine, in quel posto, tra quelle mura, con quelle persone, sarò più fortunata di quanto già non mi senta. Così come, nella fortuna, non so se sarò così sfortunata da tornare al punto di partenza senza lavorarci, tra quelle mura.
Di questa esperienza, insieme a molte altre immagini, porterò gli occhi chiari di chi, limpidamente, mi ha fatto comprendere cosa sia, questo lavoro: un viaggio costante, dove si impara sempre qualcosa di nuovo e di grande. Dove si vivono momenti di totale banalità e lezioni importanti su come seguire i tempi della Vita. Un rack multieffetto dove non è fondamentale cosa tu debba editare, ma solo come lo fai e con quale intenzione.
Il dove, il quando, il perché, diventano dettagli davvero insignificanti davanti alla possibilità di trasmettere emozioni.
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mentre leggo queste parole visualizzate sul monitor di lavoro, seduta dietro la mia ingombra scrivania, chiusa nel mio ufficetto del cazzo, non posso dire altro che il tipo ha ragione. tanta.
Il tipo ha riportato un luogo comune piuttosto diffuso nel ridente mondo dello spettacolo. L’anno che ho avuto occasione di collaborare col grande Carlo Dapporto, io gli chiedevo spesso se gli piacesse così tanto recitare ancora a oltre ottantanni. E lui mi rispondeva invariabilmente: Sempre meglio che lavorare!
Quello che ti ha detto il tizio è giustissimo. E’ così per tutti quelli che, come me (e lo dico con “egoismo”) si è sempre voluto scegliere come guadagnarsi da vivere.
Da quando ho cominciato a lavorare, e l’ho fatto molto presto, ho capito che lo stress è sostenibile soltanto se ami e credi in quello che fai. Diversamente crolleresti. Lo dico io che sono stato costretto anche a cambiare lavoro dopo studi mirati e 20 anni di carriera da grafico. Quando ho “deciso” di cambiare mi son detto: “si ma scelgo io”. Ci vogliono due cose, fortuna e “capatosta”.
Tu, mi pare di capire che una cel’hai. Verrà anche l’altra se continuerai ad avere la prima.
Sinceramente, all’età di 45 anni, io non so ancora ancora se quel treno di sliding-doors sono contenta di averlo perso o meno. Sai, ci sono giorni che mi sembra di essere fortunata ad avere quello che ho, anzi mi sembra addirittura di non meritarlo. Altri, invece……
Che te ne parlo a fare. Poi penso che sarei arrivata alla mia vita attuale sia nel caso lo avessi preso sia nel caso lo avessi perso.
Forse ha ragione Gianni: non sono stata nè fortunata nè, tantomeno, “capatosta”. Tu, invece, mi sembra che almeno “capatosta” lo sia. Vai avanti così.
Barbara, hai 45 anni, non 450
L’insoddisfazione è una delle poche cose atta a pretendere sempre di più. Da noi stessi, da quel che ci circonda, dagli amici. Alla perfezione non si può mirare, e le sfumature di livello non definiscono la “qualità” dell’effetto “sliding-doors”. Quel che stato è stato, la morale è questa: saper apprezzare quanto si ha, pensando che, domani, può sempre essere migliore. Grazie per essere passata a trovarmi.
Sai non è facile da giovani capire tutto questo – riuscirci è un mezzo traguardo – questi meccanismi si acquisiscono con il tempo e con le “botte nei denti” con quelle si corregge il tiro e si comprendono meglio gli altri.
Avere questa chiave di lettura della vita facilita.
direi di si, se la si prende nel modo giusto. Al momento giusto. Dalle botte nei denti io mi ripiglio dopo 48h scarse. Magari con saltuarie ricadute. Però so rialzarmi. C’è chi, invece a sollevarsi da terra non ci riesce. E quelli son guai. La mia speranza è quella di mantenerla sempre, questa “capatosta”. Di arrancare a 90anni ma sempre con lo spirito di chi ha carte da giocare. Le sorprese della Vita sono sempre dietro l’angolo. C’è solo da aspettare il momento in cui ti faranno…BUH! Grazie per essere passata sul mio blog, Liliana.
Spiccioli… han sempre dato fastidio a tanti, già… gli stessi tanti lamentosi, inetti che si trascinano da una consuetudine all’altra con arroganza, in cerca di ogni tipo di risposta facile, ma senza mai porre domande allo specchio.
“Il dove, il quando, il perché, diventano dettagli davvero insignificanti davanti alla possibilità di trasmettere emozioni.”
Qualcuno, talvolta, ricorda il valore di quelle monetine.
Thank you so much M.
…che bello un tuo commento. Proprio qui. Ecco. Mi abbraccia il cuore e mi “trasmette” tanta felicità…