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La paura di chiedere

Discutendo del più e del meno con Fran su GTALK, ho analizzato un fenomeno che accomuna le persone troppo educate o timorose.

La paura di chiedere.

Non so dirvi se la colpa è attibuibile al training militare delle suore (quasi quasi bisognava fare l’inchino, per domandare  parola in classe),  però la paura di chiedere è sempre stato uno dei maggiori gap, sul mio già pessimo carattere. Chiedere è segno di debolezza, di non potercela fare con le proprie forze… ma anche di maleducazione, di presupponenza, come dar per scontato che qualcuno sia lì pronto ad assecondare qualsivoglia desiderio. Chiedere è sottintendere disponibilità e generosità, anche quando (magari) la controparte ha diecimila pensieri per la testa e (arimagari) tu sei la lettera zeta in una scala di priorità.

Chiedere non costa niente, ci insegnano sempre fin da bambini.

Invece no, ogni richiesta è quotata in borsa e costa tasse vita natural durante.

Non so dirvi se, quando avevo sei anni, farmela addosso perchè mi vergognavo, a casa di amici, di chiedere dove fosse il bagno, mi pesò più della stessa, lecitissima richiesta.

Oggi, tutto sommato, continuerei a girare umidiccia, nonostante i perpiacere stampati nella perfetta educazione imposta dalle monache alle elementari. Perchè una signorina non gira con la matita sull’orecchio come i pizzicagnoli, perchè una signorina non si mette costantemente le mani nei capelli per rigirarsi i boccoli, perchè una signorina non chiede neanche lo stretto indispensabile se non le viene dato.

Non si chiede, perchè c’è sempre chi ha più bisogno di noi, e chiedere implica una privazione di tempo, forza e volontà, per terzi.

Sicuramente è per questo che, alla fine, mi ritrovo con le pezze nel didietro, non ho mai ottenuto dalla mia famiglia quanto avevano le mie amiche dalla faccia tosta, e nessuno parla di me come una che condivide i problemi domandando sostegno e compassione.

Anni di apprendistato prestato in maniera gratuita, regali non esattamente graditi perchè “allora se non mi dici cosa ti serve faccio a testa mia”, e rosicate di varia natura per quel che gli altri avevano… ed io ciccia.

In Rete la cosa è ancora più complicata.Dover chiedere qualcosa a qualcuno che neanche hai mai studiato occhi negli occhi, che ti si manifesta con quel pallino verde, o rosso, o giallo, a fissarti inesorabile, ed il terrore in preview del pensiero altrui. Sei lì, che apri una chat,  vergognosa come l’ultima delle vergini al primo appuntamento, e dici “ma sarò inopportuna?Magari è che con il Flybook sul water, espletando le proprie funzioni… avrà il palmare sul comodino mentre consuma l’amore… o, probabilmente, è in una riunione importante alle quattro del mattino.Più semplicemente potrebbe pensare di me che rompo le scatole, che non so cosa voglio, o che lo so e gli porterò via mezza giornata con i miei casini”.Chiudi la chat e rimandi a domani. O scrivi mail che lasci in bozza per secoli. Tanto non le legge.

Parliamoci sinceramente. Non è facile, dall’altro capo del pc, risponderti che “scusa non ho tempo”, specialmente quando è risaputo il grado di ipersensibilità che ti contraddistingue. La mano tremula sul mouse ed i movimenti incerti sulla tastiera…  magari è la prima volta che domandi qualcosa, ed è imbarazzante. Imbarazzante trovare la giusta formula per farglielo capire che è l’ora di ascoltarti, e ritagliare un buco di tempo per te.Imbarazzante spiegarglielo, a chi ti contatta, che quel buco di tempo chiesto ha un valore inestimabile.

La scorciatoia è, dunque (per evitare di mordersi in tondo la coda come il mio cane), non chiedere. Risparmiandosi l’ansia, la crisi, il cardiopalma, i sudori freddi.

E attaccarsi.

La paura di chiedere, alla fine, si traduce nell’inesorabile imperativo alla seconda persona singolare: ATTACCATI.

2 comments Digg this

2 Comments so far

  1. stered gennaio 10th, 2009 14:39

    sottoscrivo le tue parole, per me non sono state le suore, ma una timidezza nata quando ero bambina e cresciuta fino alla maggiore età. Ora che sono grande è un po’ più facile, ma per anni ho dovuto forzare me stessa per fare una telefonata.
    Io ho scelto un altro imperativo, che è buttati, non ci penso e vado, altrimenti resterei la donna invisibile.

  2. Marileda gennaio 10th, 2009 14:55

    BUTTATI mi sembra decisamente più positivo, rispetto ad ATTACCATI!E’ una bella alternativa, me la segno in moleskine come buon proposito per il futuro!!!

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