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Archive for ottobre, 2008

Due figli degli anni ’80

Dieci anni.
Ci pensavo ieri sera, godendomi quella meraviglia nostalgica de “I Migliori Anni” con Carlo Conti.Levati Carlo Conti e le due stoccafisse, potrebbe essere anche un bel programma.

Insomma, ci ragionavo con mio fratello, che il mio uomo l’ho amato anche per questa nostalgia canaglia che ci prese telefonicamente nel ritrovarci dopo dodici mesi dal primo incontro.

Parlammo per ore dei HappyDays, delle sigle dei programmi, delle pubblicità tormentone, di Azzurro a Bari (molti di voi neanche sanno che andava più forte del Festivalbar, in quel gioiellino che era il teatro Petruzzelli), del PorcoCane che avevo comprato al negozio di giocattoli.

Dieci anni, tra alti e bassi, neanche più feteggiati tanto dati per scontati, che non mi sembra vero siano passati così in fretta.

Lui, di una bellezza disarmante, con un fisico da paura, i riccioli biondi e le ciglia lunghe.Io, così convinta di voler fare l’attrice (i corsi di dizione, in seguito, a qualcosa sarebbero serviti), con dieci chili in meno ed una valigia di cartone trabordante di sogni.

In mezzo c’è stato il delirio.La paura di perdersi, la gioia nel ritrovarsi, le lacrime ed i sorrisi spesi nel regalarsi quotidianamente piccolissimi attimi di romanticismo e sensualità.

Oggi, noi figli degli anni ’80, sembriamo usciti da una sit-com americana.Così presi dai dialoghi incalzanti e dalle battute al fulmicotone, costantemente affetti dalla sindrome di Sandra e Raimondo.Sempre con Mike Oldfied nelle orecchie e con Truly, Madly, Deeply dei Savage Garden a ricordarci i primi, interminabili baci davanti al semaforo sotto casa mia.

Di battaglie ne sono corse, di volti maschili ne ricordo tanti, tra me e lui, come tentativi stupidi di esorcizzare quella stabilità affettiva che sempre ho voluto sfuggire, nella certezza della personalità da “zia sbandata” che avrei ritrovato specchiandomi nel futuro.

Qualche volta, un paio di quei volti, li incontro nel cuore della notte, come spiriti inquieti e tormentati, presi nella punizione di un Jorel esiliatore e crudele.Non posso rinnegare quanto vissuto con altre persone, mentirei a me stessa chiamandoli stupidamente “errori di gioventù”.

Il risveglio, per me, però, vuol dire solo lui.Vuol dire un porto sicuro dove attraccare con un bastimento carico carico di difetti e virtù.

Vuol dire canzoni, e film, e maratone con tutti i film di Rocky, e lui che sente gli Eagles, ed io che scimmiotto le coreografie di Madonna mentre preparo la cena.

Lui che capisce i miei problemi familiari, che sa aspettare se non possiamo permetterci qualcosa, che subisce i miei umori e gli scazzi, viziandomi e coccolandomi come solo una copertina calda in inverno saprebbe fare.

Lui che non è perfetto (ma chi lo è, in fondo), e che (con qualche capello in meno) mi asseconda in salute e malattia, in ricchezza e povertà.

Lui, che come me, dopo dieci anni, è ancora uno stramaledetto figlio degli anni ’80, quando ci sentiamo telefonicamente e se gli dico “ti sei perso Sabrina Salerno su Rai Uno” mi risponde, con il mezzo sorriso alla Bruce Willis, “tanto io c’avevo il poster di Samantha Fox”.

E’ proprio vero.Gli uomini desiderano le bionde ma, alla fine, si mettono con le more.Per dieci anni.

E come Fonzie festeggiano l’idea, dicendo “Hey”, con i pollici in su.

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A Malgioglio doll,in a Malgioglio world

Se avessi un figlio/a, anche dall’orientamento sessuale non perfettamente definito e, per sbaglio,mi domandasse di comprargli una “bambola Malgioglio”,potrei nell’ordine

-tentare il test del DNA, per assicurarmene la maternità
-trovare una culla di adeguate dimensioni per attuare il caro,vecchio escamotage dell’abbandono sul sagrato
-regalargli ActionMan per Natale così,almeno, può fare la coppia

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My best friend’s wedding*

*(titolo internesciònàl che fa tanto blogstar)

Questi mesi di sciagura e  paranoia, passati tra spazzolone, grembiule, lavoro e pausa sigaretta, sono significati per me rinuncia, rinuncia e ancora rinuncia.

Scalzando i pipponi morali del genere “da grandi poteri, grandi responsabilità”, arriva un momento in cui ci si incattivisce.Il lato oscuro della forza prende il sopravvento e non si guarda più in faccia niente e nessuno.Buonabuonabuona non lo sono mai stata.I miei nemici hanno rotto il pallottoliere a furia di aggiungerci regoli, mentre gli amici (quelli veri, mica i social-chiacchiera) si contano sulle dita di una mano monca.

Sono umana, ho un pessimo carattere e l’habitat che mi circonda non aiuta.

Per distogliere lo sguardo dalla parete bianca, e far finta di avere una vita pubblica, ho provato a scorgere intorno la felicità degli altri, cercando riparo nella gioia di lontani focolari, riscaldandomi nell’osmosi sinergica dei sentimenti positivi.

L’esperimento è stato valido quanto tentare di mangiare una sottiletta cosparsa di nutella.

Come il protagonista di Shining, ho rischiato di riversare ansie,paure ed insicurezze in frasi deliranti sul genere “il mattino ha l’oro in bocca”.Un senso di onnipotenza e folle disprezzo per l’umanità ha preso il sopravvento.

“Loro ce l’hanno, io no, e la cosa non mi piace affatto”.

Fosse un canarino, l’ultimo CD di Cristina d’Avena o un penny bucato.

Negli ultimi 30 giorni, particolarmente, non ho sopportato la felicità della mia migliore amica.E’ una cosa spregevole, inqualificabile, viscidamente bieca.Ma tutti quei preparativi, le prove per l’abito, la scelta delle bomboniere, la sua maniacalità per una perfezione che io non sarei mai in grado di raggiungere, mi hanno mandata al manicomio.

Lei mi aveva domandato di farle da testimone, nel giorno più bello della sua vita, ed io non c’ero, come neanche le ho fatto una telefonata o mandato un sms di congratulazioni.E non c’ero perchè non volevo esserci.Perchè tanta felicità mi avrebbe strappato a morsi il cuore, perchè lì, sull’altare, non l’avrei riconosciuta come la stessa di cinque-sei anni fa, quando progettavamo convivenze folli sulla strada per il Monte Sion del successo.

Ed io anche, non mi sarei riconosciuta come quella forte della coppia, l’esempio da seguire, l’altra metà della mela scelta con affinità elettiva .

Ribadisco: sono umana, ho un pessimo carattere e l’habitat che mi circonda non aiuta.

Nel palmo della mano rimiro le due mosche restate, una casa mia andata in fumo e qualche granello di polvere a ricordarmi una carriera che sarebbe potuta essere, ma non è.

Invidia, orgoglio, frustrazione.Un mix talmente potente che avrebbe fatto andare di testa pure il Dalai Lama.Nulla mi giustifica, ma ho preferito così.Starmene coerentemente a casuccia a far da badante e colf e riempire il contenitore per la cartaigienica, piuttosto che piangere di rabbia fingendo le mie fossero lacrime di felicità.

Ho risparmiato in cleenex e falsità.

Adesso ho un buco nell’anima che il CERN non sarebbe capace di riprodurre ma, almeno, me lo son tenuta dentro senza rovinarle il sogno paradisiaco del giorno in abito bianco.

Come diceva Stanislav Lec : “all’inferno, il diavolo, è un’eroe positivo“.

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Telecomunicazioni Improvvisamente Morte

Non avrei mai pensato, un giorno, di scrivere che “internet” mi è mancato.

Invece è mancato si. Sepolto, inerte, congelato.Con la mia connect card e lo smartphone che piangevano pixel di solitudine.

La “preziosa” collaborazione del callcenter TIM, mi ha lasciata in panne per circa ottogiorniotto.

Non sono una GEEK, non sono una NET-ADDICTED, non sono una SOCIAL-MANIAC, non sono una WEB-VICTIM.

Ma, improvvisamente, mi sono scoperta lì, attaccata al WAP del cellulare come gli affamati naufraghi dell’Isola dei Famosi, alla ricerca di un tozzo di campo sotto forma di tacca.

Il mio piccolo universo fatto di twittate,tumblrate,chattate rubate via Fring e inopportuni contatti che piovono dal cielo di Facebook, si è spento.Con esso, tutto il carrozzone di personaggi che, per quanto sporadici e sconosciuti (per la maggiorparte), riempiono le giornate fatte di casa-lavoro lavoro-casa.

Credo di aver toccato il fondo quando ho iniziato a brandire la SIMcard verso il mio fidanzato, scambiandolo per una scheda di rete wireless a banda larga.

Arenata nelle sabbie mobili del lavoro da consegnare, impedita pure nel controllare gli orari dei treni, quanto più mi ha angosciata è stata la raccapricciante certezza che, fra non molto, quelli come me vivranno la rete come un tutore insostituibile.

Comunque sia, sono tornata.

“Salva la connessione, salva il Mondo”.

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