Ora di pranzo
E’ domenica. La prima. Dopo anni e anni. Esattamente trentatré.
Trentatré anni in cui, bene o male, stando tutti nella stessa casa si condivideva anche lo stesso tavolo. Oggi no.
Perché, sì, ci sei. Ma non è il caso. Perché, sì, ci sono, potrei pure lavorare meno. Ma no, non è il caso.
E quel momento, che così tanto odiavo da bambina, adesso mi è indispensabile. Quando il pranzo doveva esser fatto per giocare nei prati, e vedere i cartoni, o preparare biscotti e disegnare storie di fate, e non per sedersi con la famiglia, alla stessa ora, con le stesse facce, e le stesse noiosissime regole da seguire. Non si urla. Non si mangia con le mani. Non ci si alza. Non si sbuffa. Non si fanno i capricci.
Forse io sono solo diventata un po’ più grande. E tu lo sai che, per quanto sia la tua bambina sempre, per quanto io possa esserci, minuto dopo minuto, alla fine, sempre, dovrò abituarmi anche a questo. Prima o poi.
E in quel momento mi mancherà, come mi manca oggi.
2 comments Digg thisLa verità…
…è che, mentre ci provo a costruirmi giorno dopo giorno, sviluppo un cinismo che non appartiene alla mia mappa genetica. Oggi ragionavamo con Bro (mio fratello), di quanto qualche terribile anatema si sia probabilmente abbattuta sulla nostra famiglia. Più colpi di scena che a casa Forrester. Più sfighe che ne i Malavoglia. Così non si può, davvero.
Dopo l’ostacolo di mamma, l’anno scorso, brillantemente superato (seppure con i suoi strascichi), adesso mio padre è semi-immobilizzato da un tumore del midollo. Entra ed esce dagli ospedali. La notte ci propone agghiaccianti scene da esorcismo e, di giorno, è un continuo urlare, e piangere, e soffrire. E l’aspetto più duro non è tanto la stanchezza, o dover continuare a lavorare per mettere insieme quel mio mezzo stipendio alla fine del mese. L’aspetto più duro è il dolore, vederlo contorcersi nella totale impotenza. Stare lì, ferma, quando anche la morfina non è più efficace. Quando mi chiede di porre fine al martirio.
E giunge l’alba, e un nuovo giorno. E ti chiedi se sia vita, questa.
Io, che di potere, sulla vita e sulla morte non ne ho, resto immobile a guardare. Come davanti al telegiornale quando ti parlano dei morti sotto le macerie dell’Aquila o dei bambini saltati a pezzi sul sadico gioco della campana con le mine antiuomo. Ci si imbambola nel tragico siparietto dell’esistenza e delle sue miserie. Sono un piccolo punto inutile nel romanzo del mondo.
Poi arriva il cinismo. La pelle dura. Il tentativo di continuare nonostante tutto. Passa anche l’incazzatura. Tanto, quella, non ha poteri analgesici e non lo farà dormire meglio. La speranza è una panzana alla quale non credere, non adesso, non quando aggrapparsi ai fili di lana sul bordo del precipizio può voler dire solo allungare il senso di vertigine. Qualche secondo ancora, e pure quelli si romperanno. Trenta secondi, forse anche meno, un salto nel vuoto. E tutto sarà finito.
Restano gli amici, che ci sono pure se non scrivo loro le novità. Perché è imbarazzante sentirsi dire quel “come sta papà?”, quando la risposta che vorresti dare è solo “sta male”, senza raccontare di nuovo tutta la pappardella, frenando lacrime e sconforto, mantenendomi algida come se parlassi di altre persone.
Questa volta, no. Non ce la faccio. Non chiedetemi di appoggiarmi sulle vostre spalle.
Foste anche Atlante. Foste pronti a reggere il destino della Terra.
No. Vi schiaccerei sotto il peso di quanto mi porto dentro.
15 comments Digg thisGenova e il cuore
Con quella faccia un po’ cosìquell’espressione un po’ cosìche abbiamo noi prima di andare a Genovache ben sicuri mai non siamoche quel posto dove andiamonon c’inghiotte e non torniamo più.
Sta diventando un vizio. Una condanna. Una tribolazione.
Vado a Genova e ci lascio il cuore.
Poi frugo in borsa, tornata a casa, infilo la chiave nella toppa, passo due giri di serratura. Scatta il meccanismo. Oltrepasso l’uscio. Rifrugo in borsa e, con un punto interrogativo sulla faccia, mi domando dove siano le mie chiavi. Dove sia la mia casa. Quella a Genova. Quella che non c’è (ma esiste), in un futuro non troppo lontano.
E pure così non dovesse essere, bello è sempre, sperarlo.
Genova. Di genovesi mugugnoni a borbottare di altri genovesi. Che son sgarbati-dicono-i genovesi. Ovvio. Mi pare. Passano tre quarti della loro vita a digrignare i denti su come si mugugna o si aggrottino le sopraciglia. A Genova. E mugugnano e digrignano a loro volta, mentre dicono. Una sorta di tic nervoso.
Ma sono belli. E sono bravi. I genovesi. E-dico io-gentili e diretti . Che la schiettezza-aggiungo-è una virtù persa da troppi, oggigiorno. E poi basta far loro un sorriso. E portargliela in palmo di mano, quella signora scosciata e sudaticcia dai colori sgargianti e gli occhi neri di pece, perché se ne innamorino mille, e mille, e mille volte ancora, senza contegno e rispetto. Ricamandole sui seni delle creuze pensieri immorali e impetuosi di passione. Impetuosi, sì, e inarrestabili, come solo il mare (e i marinai).
Vado a Genova e ci lascio il cuore. E storie da raccontare nei vicoli. O al tramonto. O sulle panchine. Insieme ad amori distratti e sconnessi, piantine dell’anima facili da percorrere, sulla carta. Ma solo su quella.
Ci lascio il cuore. E le chiavi di casa. E sogni, e uomini, e amiche, e tramonti, e gioie, e dolori, e musica… e un po’ di me. Sempre. Non potrebbe essere altrimenti. Neanche tra dieci, cento, centomila vite.
P.S.: la mia Genova è anche Mitì. E Marco. E Andrea. E Carlo. E Judas/Lenny. E Marina. E tanti. Tantissimi altri. Troppi per non farmi sentire a casa…
11 comments Digg thisLa scoperta dell’acqua calda
Certe folgorazioni prendono solo se la caldaia ti si rompe, lasciandoti sotto uno scroscio tibetano di acqua ghiacciatissima ogni mattina.
In pratica avrei scoperto che-genio assoluto-a dire “io saprei farlo meglio”, osservando qualcuno nelle sue funzioni, siamo bravi tutti. Meno immediata è la conferma di quanto-all’atto pratico-no, in fondo, non sia propriamente così.
Un mestiere (ad esempio. Ma anche uno sport, un qualsiasi hobby, anche il più stupido)si impara con l’applicazione, con la buona volontà, l’umiltà assoluta e una massiccia dote di tempo ed esercizio.
Se la mia caldaia fosse intelligente la metà di me, sicuramente, non dovrei continuare a fare la doccia fredda ogni giorno.
4 comments Digg thisE siccome è facile incontrarsi anche in una grande città…
Ci sono persone che si dovrebbero poter cancellare dalla mente.
How happy is the blameless vestal’s lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray’r accepted, and each wish resign’d.
Persone che non si dovrebbero incontrare mai più per il resto della propria vita. Gente orribile, squallida, fintamente amica e terribilmente insopportabile. Di quelli che, gli schiaffi, saprebbero bene come tirarteli dalle mani.
La probabilità statistica di inquadrarne uno, di questi individui, tra un centinaio di poltrone colorate, e che possa rovinare una serata perfetta, tinta di lacca rosso fuoco e vestita di sorrisi aperti e meritati, è altissima.
Io mi sentivo splendida. Ero insolitamente felice e, almeno questa volta, una di queste persone orribili, squallide, fintamente amiche e terribilmente insopportabili, non ha suscitato isterismi o panico o tremori, o voglia di scaricare in una raffica di pugni quell’adrenalina repressa in seno da secoli e che non attende altro di essere liberata.
Non è odio. Non è rancore. E’ una pena profonda.
Non merita spreco di forze ulteriori. Ed io sono stata forte. Come mai, in tutti questi anni.
Nasce l’esigenza di sfuggirsi per non ferirsi di più. Dato che, a farmi del male, sono sempre e solo stata io. Adesso basta. Davvero.
E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città, e tu sai che io potrei purtroppo anzi spero non esser più sola, cerca di evitare tutti i posti che frequento e che conosci anche tu.
Grazie.
2 comments Digg thisSogni di sangue
Questa notte ho fatto un terribile incubo.
C’erano due bagni con le porte in legno, alla fine di un lunghissimo corridoio. Le porte basculanti recavano i simbili di uomo e donna. Il lungo corridoio portava ad un giardino dalle alte mura di cinta. E vedevo amici e parenti, oltre a perfetti sconosciuti, passeggiare tra corridoio e aiuole.
D’un tratto il sole si oscurava, le farfalle si schiantavano al suolo, sulla pavimentazione fatta di lapidi. E amici, e parenti, e sconosciuti, tutti, diventavano morti viventi. Ed io ci provavo ad evitare di ucciderli, nel buio, senza riuscirci. Dovevo penetrarli con spranghe, e assi di legno divelte dalle panchine. O strapparmi lembi dell’abito per soffocarli. O recidere le loro teste con una motosega.
Il senso di colpa era più doloroso di qualsiasi altra cosa.
Qualcuno era più veloce, più scaltro. Affondava i suoi denti nella mia carne o mi tratteneva bruciandomi la pelle con le dita bluastre.
Potevo sentirne l’odore fin dentro i polmoni.
Tutta la macabra giostra si disinnescava al do di un flauto dolce. Rapido, indolore. E tornava ogni cosa al suo posto, ogni persona passeggiava e rideva serena. Io perdevo copioso sangue, ma nessuno sembrava rendersene conto.
Percorrendo il lungo corridoio, schivavo atterrita i corpi, sul selciato. Gli stivali intrisi di rosso emettevano un rumore molliccio. Giungevo alla porta della toilette per le donne. Appoggiavo il palmo per spingerla. Avevo bisogno di uno specchio, e di acqua corrente, per lavarmi di dosso il sangue.
Di nuovo quel flauto. Una frazione di secondo. E di nuovo, ancora, più numerosi, i non-morti. Spingevano, spolpavano, affamati e ciechi nelle meccaniche azioni sul mio corpo.
Poi il risveglio. Nel sudore freddo.
E il respiro, se ci ripenso, ancora mi manca.
1 comment Digg thisWaka Waka, a true story
Non è propriamente nello stile di questo blog (ammesso e non concesso ne abbia mai avuto uno), però mi sembrava giusto scrivere un piccolo fucus on che avesse per protagonista il tanto discusso inno dei Mondiali.
La scelta, diciamolo, è stata una lama a doppio taglio per la giovinetta colombiana. Senza nulla voler sottrarre al successo discografico (che, indubbiamente, sta rappresentando) e alla popolarità del brano (più che duttile nelle declinazioni estive, dal villaggio turistico, ai passaggi radiofonici, alle discoteche).
Per chi non avesse già spulciato Google, vi porto un riassunto delle puntate precedenti.
C’era una volta un pezzo camerunense del 1986, dei Golden Sounds. Il pezzo si chiamava Zamina Mina (Zangalewa, sottotitolo) e vinse addirittura un Disco di Platino. Divenne, oltre che tormentone, anche colonna sonora per le truppe del Camerun. Nel testo sono presenti notevoli riferimenti di sprone al coraggio, ai combattimenti, ai soldati
Sei un buon soldato
scegli le tue battaglie
ti dai da fare,
e ti pulisci dalla polvere
torni in sella
sei in prima linea
tutti guardano
sai che è una cosa seria
ci stiamo avvicinando
non è finita
In pochi lo ricorderanno, ma Jovanotti studiò una simile operazione, adottata in seguito come sigla di apertura del telefilm Classe di Ferro. Sto parlando di ASSO. Forse (e dico forse, bisognerebbe domandarlo a Lorenzo Cherubini), il tormentone ASSO, prendeva spunto dall’aviazione americana e dalla definizione Aces, utilizzata per nominare chi, in battaglia, si era distinto per aver accoppato almeno cinque nemici. O forse, ancora, dal PASSO da parata (poi troncato in ‘ASSO), insieme a CADENZA e RUOTARE (più plausibile). Non è ben chiaro. Nella marcia composta, fu inserita anche la classica “sveglia militare”, tipica dei corpi armati. Nessuno però, all’epoca, si pose il quesito del se e del come Jovanotti avesse plagiato l’Esercito Italiano, o chi per esso.
Certo, non vinse il Disco di Platino. E non divenne neppure una Hit come inno dei Mondiali per il football.
Ma lasciamo la Classe di Ferro, e torniamo al Camerun. Anzi, no. Facciamo un salto nella Repubblica Domenicana, dove spopola un trio di sbarbate cotonate. E’ il 1982, si fanno chiamare Las Chicas del Can, e sono specializzate in cover e rivisitazioni dei classici in stile merengue. Largamente usati e abusati, brani ballabili, ritmati. Alcuni originali, altri no. La Media María, Sukaína, Juana la Cubana, Culeca, Ta’ Pillao, Fuego, Fiebre, and Las Pequeñas Cosas animano le strade e i festival, raggiungono anche programmi televisivi seguitissimi.
Wilfrido Vargas, loro pigmalione e manager, cura arrangiamenti e coerografie per le ragazze su tutti i brani, tra i quali EL NEGRO NO PUEDE, nel 1982, rivisitazione del WakaWaka Camerunense, in un secondo momento (1987) riportata in auge dal cantante spagnolo Georgie Dann, ed esportata in Francia e Germania con un nuovo sound.
In pochi lo hanno detto che, Wilfrido Vergas, non è l’ultimo stupido sulla faccia del globo terrestre. Vincitore di un Grammy Award nel 1991, vanta una carriera storica che lo ha incoronato Re Assoluto del Merengue. In pratica, Vergas sarebbe il Michael Jackson della musica Latino Americana. Nel 1994, apriva il prestigioso Festival del Carnevale di Barranquilla, davanti ad un pubblico di 30.000 persone. Tra la folla, sicuramente, c’era anche la giovane Isabel Mebarak Ripoll, diciassettenne, oggi conosciuta da tutti come la popstar Shakira.
Se domanda 11 milioni di euro Vargas, oggi, alla bionda Shakira per il presunto plagio di WakaWaka, lo fa per una ragione di immagine (oltre che di denaro). Sarà divertente vedere come andrà a finire.
Chi plagia chi? E, soprattutto, secondo quale dinamica?
Qui ci sarebbe da domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Nel senso che il termine WakaWaka, e relativo ritornello cantato, era già nel gergo dei marmittoni da tempo immemore. Dunque, i Golden Sounds, altro non fecero che ritrasporlo in una marcetta orecchiabile al ritmo di classici passi da parata militare africana. Vargas, a sua volta, gli avrebbe dato un’identità più ferma e riconoscibile, cesellandolo e dandogli un packaging dal respiro internazionale, forte anche della sua popolarità come personaggio e stella della musica latino-americana. Tra i due litiganti, il terzo (come sempre) gode e, per quel che immagino, Shakira ne uscirà indenne, così come il suo co-writer e la sua casa discografica Sony. La quale casa discografica, comunque, con gli introiti del pezzo (pure uscendo perdente da eventuali cause giudiziarie), potrà abbondantemente coprire indennizzo, spese legali, danni d’immagine, varie ed eventuali.
Elementare, Watson.
No comments Digg thisC’era una volta, la Blogosfera
Un po’ di cose procedono. Un po’ di cose si evolvono. Altre involvono. Altre cosìcosì.
Neanche il tempo di scrivere del ViadelCamp, che già ho pensato bene di infrattarmi al VesuvioCamp con GGDCampania annessa e, più che altro, connessa.
I link ce li metto n’artra vorta. Che stasera sono a tocchettini come un pollo alla cantonese con gamberi.
Prima o poi ne parlerò, ne scriverò, ci rifletterò su. Narrando le gesta di chi fece la Storia.
Per dire, Omero mica scrisse Iliade e Odissea in tempo reale.
Eppure è tutta roba di cui ancora sono pieni i programmi scolastici.
Un giorno, sicuramente, anche noi saremo il passato, la leggenda, il mito. E, qualcuno, si domanderà se, davvero, questi bloggers siano mai esistiti. Se, davvero, si riunissero dopo ore in treno, macchina, aereo, attraversando lo stivale, per parlare di internet. Se, davvero, questi legami fossero così forti, così belli, così importanti.
E se, davvero, ne valesse la pena di operare la massima libertà di espressione.
In tutti i luoghi, in tutti i laghi.
In tutti i modi.
33 comments Digg thisStep by step (uh-uh baby)
Basta poco per far provare ad un uomo brividoterroreraccapriccio.
Puoi raccontargli una dozzina di volte quanto desideri provare le gioie della maternità.
Puoi snocciolargli del tuo sogno in abito bianco all’altare, e del quartetto d’archi, e della coreografia di Dirty Dancing da imparare per il ballo in sala.
Puoi dirgli che credi agli alieni, ai cerchi nel grano ed alle profezie dei Maya. Puoi spiegargli come funziona una MoonCup nel bel mezzo di una cena romantica.
Niente.
Lui ti risponderà, che no. Che puoi fare qualsiasi cosa, raccontare qualsiasi palla. Ma si. Riuscirà ad essere sempre più odioso di te. Più nevrotico di te. Più esaurito di te. Più insopportabile di te.
-Ti adoro. Sei odioso, ma ti adoro.
-Ecco, vedi? E’ già uno step. Un crescendo. Fino a ieri era solo “ti adoro”, oggi quell’odioso è un notevole passo avanti!
-Dici?
-Massì, certo! Domani sarà un “ti odio” pieno!
-Mannò, guarda. Non hai capito niente. Dopo “sei odioso, ma ti adoro”, lo step successivo è sempre e solo “ti amo”. Per cui vedi di non passare il limite…
-Sei minacciosa, ma non mi farò intimidire!
-Ahbravo. Così mi piaci. Massiccio e incazzato!
Penso di aver assistito, con questa conversazione, ad uno degli scambi più civili e coerenti tra uomo e donna dal giorno successivo alla creazione di Eva nel Paradiso Terrestre.
Ed è roba forte. Credetemi.
4 comments Digg thisElogio del materasso
Un ricordo abbastanza vivido, nella mia mente, è ancora l’immagine mia e di mia nonna Leda nel letto. Sedute, per ore ed ore. Nel cuore della notte o con le prime luci dell’alba.
Il mondo continuava a girare. Mentre noi eravamo lì. Con nonno Vittorio nella sua stanzetta, pronto a portarci la colazione sul vassoio, appena sveglio. Circondato dai suoi cani, interrompeva per pochi preziosi attimi quell’atmosfera speciale.
Leggevamo, sul materasso. E guardavamo soap opera, le prime. C’era Febbre d’Amore. Non ce ne perdevamo una. Gli autori erano gli stessi di Beautiful, i fratelli Bell. Non che a mia nonna importasse molto e, tutto sommato, neanche a me.
Si cuciva, nel letto. Mia nonna Leda faceva e disfava costantemente. Casacche, pullover, gonne, vestiti. Aveva le mani magiche e idee originalissime. Ogni abito doveva avere le tasche.
Anche io, qualche volta, prendevo ago e filo in mano per essere come lei. Ma no, non era esattamente la stessa cosa.
Il letto di mia nonna Leda era il centro della casa, un fulcro indispensabile di tutte le attività. Sul letto di nonna si discutevano i pagamenti, si cenava, si pranzava, si faceva colazione, si confabulava dei rotocalchi rosa.
Nonno Vittorio ne comprava quintali, per Lei. Stop era il nostro preferito. Adoravo quelle pagine in bianco e nero con la grande scritta rossa.
Nonna Leda era una donna attiva, al di là di quanto si possa credere; come un generale sicuro, dal suo letto, impartiva ordini con polso fermo e piglio deciso. E tutti scattavano sull’attenti. Tranne me, che ero il suo secondo in carica, nell’altra metà del materasso.
A tutto questo ho pensato, aprendo il mio divano letto, ieri sera. Riscoprendo il piacere di sentirmi per la prima volta, dopo tanto tempo, padrona delle mie cose, della mia vita. Il telefono a portata di mano, la tv ad ore dodici, il netbook sulle gambe, la colazione portata a letto dall’uomo.
Ed ho elogiato il materasso, caricabatterie indispensabile, fonte di ispirazione, luogo mistico e affascinante. E mia nonna Leda, cui somiglio sempre di più, nel bene e nel male, ogni giorno che passa.
Orgogliosamente. Un po’ regina, un po’ poeta.
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